L’intelligenza artificiale è entrata nei radar delle PMI italiane, ma la distanza tra chi la usa e chi la usa davvero è ancora ampia. Quasi nove imprese su dieci la considerano un’opportunità — una su due in misura marcata — e l’81% dichiara di utilizzarla. Ma solo un’azienda su quattro l’ha integrata nei propri processi in modo continuativo, mentre circa una su tre ne fa un uso occasionale e non strutturato.
È il quadro che emerge dalla ricerca promossa da Sibill in collaborazione con Astraricerche, condotta su un campione di 500 PMI italiane con fatturato fino a 10 milioni di euro.
Gli strumenti più diffusi e i benefici misurati
Tra le PMI che hanno avviato l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle PMI, gli strumenti più utilizzati sono ChatGPT, Gemini e Copilot. Gli ambiti di impiego prevalenti sono l’analisi dei dati, la produzione di contenuti e le attività ad alto volume ma a bassa complessità strategica. I benefici sono misurabili: il 60% degli interpellati dichiara di risparmiare almeno 5 ore a settimana. Restano invece ancora poco sfruttate le potenzialità dell’AI nel processo decisionale e nell’ottimizzazione dei flussi operativi.
Le barriere che frenano l’integrazione strutturata
A limitare una diffusione più strategica dell’AI sono principalmente le competenze: la carenza di figure in grado di gestire e integrare gli strumenti in modo consapevole è la barriera più citata dalle imprese del campione. In secondo piano, ma presente, la preoccupazione su privacy e sicurezza dei dati — un tema che il quadro normativo europeo, dall’AI Act al GDPR, rende sempre più rilevante anche per le piccole imprese.
Marginale invece il peso economico: solo il 6,6% delle PMI considera i costi come un ostacolo all’adozione. Il problema, dicono i dati, non è quanto costa l’AI: è sapere come usarla. Il nodo rimane quello delle competenze per integrare l’AI in processi aziendali concreti.