Piani Individuali di Risparmio: guida ai PIR e ai rendimenti

di Anna Fabi

Piani Individuali di Risparmio (PIR) che investono nell'economa reale, guida completa: come funzionano, quanto rendono e come sottoscriverli.

I Piani Individuali di Risparmio (PIR), sono investimenti di medio-lungo periodo che godono di particolari agevolazioni fiscali (niente tasse se si mantiene l’investimento per almeno cinque anni, holding period minimo per legge), destinati esclusivamente a privati (niente investitori istituzionali).

Questi piani d’investimento sono pensati per far affluire risorse alle piccole e medie imprese non quotate, il cui accesso al capitale è più difficile. Con i PIR alternativi, l’industria del risparmio gestito offre poi agli investitori un ulteriore strumento di sostegno diretto all’economia reale.

Vediamo come funzionano i Piani Individuali di Risparmio, classici e alternativi, come sottoscriverli e quali vantaggi o rischi comportano.

Piani Individuali di Risparmio: come funzionano

Si tratta di Piani che aggregano diversi strumenti finanziari calibrati in base a vincoli di legge: una quota parte deve essere concentrato sulle PMI (azioni o bond) ed è vietato investire in strumenti di finanza derivata, se non in particolari casi (ad esempio attraverso OICR PIR compliant) e solo a copertura dei rischi.

Per almeno il 70% devono essere investimenti qualificati, ovvero strumenti finanziari anche non negoziati, emessi o stipulati con imprese residenti nello Stato, nella UE o nello Spazio Economico Europeo con stabile organizzazione in Italia. In tale quota possono rientrare anche strumenti emessi dalle società immobiliari.

Il PIR può investire negli strumenti finanziari emessi dall’impresa, su prestiti erogati alle imprese o in loro crediti. Il limite alla concentrazione degli investimenti in strumenti finanziari emessi dalla stessa o da altra impresa appartenente al medesimo gruppo è pari al 20% (rispetto al 10% dei PIR ordinari).

Nel PIR possono rientrare anche quote di prestiti di fondi di credito cartolarizzati, strumenti di social lending gestiti mediante piattaforme da società iscritte all’albo, istituti di pagamento regolamentati.

Tipologie di PIR

  1. I PIR ordinari (introdotti con la Manovra 2017) investono almeno il 70% in strumenti emessi da imprese, di cui il 25% non quotate su FTSE MIB o indici analoghi di altri mercati regolamentati e per un altro 5% in imprese che non appartengano né al FTSE MIB né all’indice dedicato alle Midcap di Borsa Italiana. Con i PIR tradizionali si possono investire 40mila euro l’anno e 200mila complessivi.
  2. I PIR alternativi hanno una percentuale alta di investimento nelle PMI (Small Cap, FTSE Italia Growth, segmento Star): investono almeno il 70% del valore complessivo del piano, direttamente o indirettamente, in strumenti emessi da imprese diverse da quelle inserite negli indici FTSE MIB e FTSE Mid Cap della Borsa italiana o indici equivalenti di altri mercati regolamentati. Massimali di investimento: 1,5 milioni di euro complessivi (totalità dei PIR alternativi in cui ha investito il risparmiatore), con limite per anno solare di 300mila euro.

Chi può investire in un Piano di Risparmio Individuale

  • Il regime agevolato per gli investimenti nei PIR si applica a persone fisiche residenti in Italia che mantengono l’investimento per almeno cinque anni (se cambia la residenza fiscale non si applica e si chiude il Piano.
  • Ogni risparmiatore può essere titolare di un un solo PIR ordinario ma, dal 2022 piò essere titolare di uno o più PIR alternativi.
  • Nel momento in cui ha chiuso un PIR ordinario, un investitore può diventare titolare di un altro PIR ordinario, anche nello stesso periodo di imposta.
  • Anche un minorenne può essere intestatario del PIR. Se i genitori sono titolari dell’usufrutto, non possono però essere intestatari di un altro PIR ordinario. Se invece non lo sono, il delegato per le posizioni intestate al minore può essere titolare di un altro PIR.

Come sottoscrivere i PIR

Per sottoscrivere un PIR conforme bisogna rivolgersi ad uno dei soggetti abilitati a costituire un PIR:

  • intermediari finanziari residenti o stabili organizzazioni di intermediari esteri abilitati al risparmio amministrato: banche, società di intermediazione mobiliare, fiduciarie che amministrano beni per conto terzi, Poste Italiane, agenti di cambio iscritti nel ruolo unico nazionale, società di gestione del risparmio.
  • imprese di assicurazione residenti nel territorio dello stato, oppure con stabile organizzazione, o ancora con rappresentante fiscale in Italia (che farà da sostituto d’imposta).

I vantaggi fiscali dei PIR

Il vantaggio fondamentale dei PIR per il risparmiatore è rappresentato dall’esenzione fiscale sui rendimenti, ma per valutare la convenienza dell’investimento bisogna considerare tutti i costi di gestione. Per godere dell’esenzione fiscale, il vincolo dell’investimento nell’economia reale deve inoltre essere mantenuto per almeno cinque anni. Gli incentivi fiscali sui PIR sono compatibili con quelli relativi all’investimento nel capitale delle startup innovative.

Bonus minusvalenze

La Legge di Bilancio 2022 ha introdotto un credito di imposta sul valore degli investimenti delle persone fisiche in caso si subiscano perdite, minusvalenze e differenziali negativi derivanti dai piani costituiti a partire dal 1° gennaio 2021: il suo ammontare è pari alle perdita e alla minusvalenza realizzata, fino a un tetto massimo 2021 del 20% delle somme investite inizialmente (in 10 anni), ridotto al 10% (in 15 anni) a partire dal 2022.

In pratica, se dopo cinque anni si liquida l’investimento con una performance negativa del PIR, si gode comunque di un bonus fiscale rispetto al capitale investito. L’eventuale perdita rimanente si compensa con altre plusvalenze da redditi diversi nei quattro periodi d’imposta successivi (come previsto per ogni fondo comune d’investimento). Il bonus (che non concorre alla formazione del reddito) si utilizza in 10 quote annuali di pari importo in dichiarazione dei redditi o in compensazione tramite F24.

Svantaggi e rischi

Un rischio tipico dei PIR e la concentrazione degli investimenti su strumenti emessi da imprese italiane, che può rappresentare in via teorica una eccessiva esposizione sul rischio Italia (per la scarsa diversificazione geografica). Pesa anche il vincolo di investimenti in strumenti emessi da PMI, con implicazioni di alta volatilità.

Quanto costa investire in PIR

Gli oneri da sostenere possono essere significativi, perché oltre a commissioni di gestione (1,5% medio, con punte oltre al 4% come ad esempio per i PIR assicurativi) e d’ingresso (2,5%), molti PIR prevedono anche commissioni di performance, con un’applicazione non standardizzata tra i vari i gestori: hanno un costo pari al 10-20% dell’extra rendimento rispetto al benchmark. Alle commissioni possono aggiungersi altre voci di spesa: apertura conto titoli, negoziazione strumenti quotati. Infine, bisogna considerare gli eventuali oneri che scattano in caso di disinvestimento prima dei cinque anni, oltre al contestuale recupero della tassazione prevista in questi casi.

Quanto rendono i PIR

Dopo un boom iniziale, la raccolta dei fondi detassati si è arrestata, nonostante i rendimenti fino al 60%.

I Piani Individuali di Risparmio hanno chiuso il 2022 con un trimestre in rosso (-492 milioni), per un patrimonio complessivo di 18,89 miliardi, di cui 17,44 miliardi di PIR ordinari e di 1,44 miliardi di PIR alternativi.

Per il 2023, tuttavia, gli analisti prevedono una ripresa dopo la corsa ai riscatti dello scorso anni. Ma l’avvio d’anno non è stato dei migliori.