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Imprese italiane in Turchia

di Barbara Weisz

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Produzioni italiane in Turchia, import-export, turismo: impatto del tentato golpe e prospettive economiche e commerciali per le imprese italiane.

Turchia
Instabilità
politica e rischi per la sicurezza con ricadute sul turismo: è quanto preoccupa aziende e professionisti italiani che lavorano con la Turchia dopo il tentato golpe del 15 luglio. Non sono facili da quantificare gli eventuali effetti sul prodotto interno lordo italiano, pur tenendo presente un fatto non secondario: la Turchia è il decimo partner commerciale dell’Italia, sono circa 1.300 le imprese italiane ivi presenti. 

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Qualche dato sui rapporti commerciali Italia-Turchia: nel 2015, le esportazioni verso Ankara hanno raggiunto quota 10 miliardi di euro, le importazioni 6,6 miliardi. I settori più interessati dalle esportazioni sono macchinari e apparecchiature, autoveicoli, prodotti chimici, mentre le importazioni riguardano soprattutto, oltre agli autoveicoli, prodotti tessili, abbigliamento e accessori, metallurgia.

Le imprese italiane in Turchia non registrano, dopo il golpe, particolari problemi: il lavoro è regolarmente proseguito, anche negli impianti che lavorano nel week end (come quello di FCA a Bursa, dove vengono prodotte le FIAT Tipo). Ai lavoratori vengono consigliate le stesse misure di sicurezza che la Farnesina raccomanda ai turisti: evitare il più possibile mezzi pubblici e traghetti, spostarsi in auto.

Uno dei settori che soffrono maggiormente è il turismo, anche per l’alto rischio terrorismo: il paese è stato ripetutamente teatro di attentati, l’ultimo all’aeroporto di Istanbul il 28 giugno scorso. Nei primi cinque mesi dell’anno il turismo italiano in Turchia ha subito un crollo del 45%. Di contro, non si esclude un effetto positivo per il turismo in Italia: la minori attrattività di destinazioni mediterranee considerate instabili, come appunto la Turchia, l’Egitto, la Tunisia, secondo le stime Coldiretti – IXE, potrebbe attirare più visitatori stranieri in Italia, soprattutto da Germania, Usa e Francia.

«Sarebbe puro azzardo fare le stime di un possibile impatto sul PIL italiano» sottolinea il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, che però non sottovaluta l’importanza di una crisi in Turchia, «membro della Nato, candidato all’ingresso nell’Unione europea, un alleato importante». Per aggirare i rischi di incertezza che si addensano nel paese, l’Italia sta comunque cercando nuovi sbocchi internazionali, ad esempio oltreoceano, negli Stati Uniti e in Canada.