Spread e Borse: è di nuovo allarme

di Barbara Weisz

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Crollano le Borse mondiali, Milano maglia nera d'Europa con perdite del 5%, spread di nuovo in salita, petrolio in discesa, crisi delle banche sullo sfondo: scenario e prospettive.

Non si ferma l’altalena sui mercati, che vivono una nuova giornata all’insegna di pesanti ribassi, e proseguono anche le tensioni sullo spread, che oscilla intorno a quota 150 (dopo aver toccato punte a 160): i listini europei segnano perdite mediamente intorno al 2% e, trascinando al ribasso Wall Street, il Dow Jones apre a -1,6%. Milano detiene il poco invidiabile primato di Borsa peggiore del Vecchio Continente, con un crollo che sfiora il 5%. Il settore peggiore, tanto per cambiare, è quello bancario, che a livello europeo arriva a perdere quasi il 6%. Che cosa sta succedendo? La domanda rimbalza negli ambienti finanziari, e non solo, davanti a un’ondata di vendite che prosegue da settimane. In questo scenario si inserisce la particolare situazione italiana, con la crisi delle quattro banche che si aggrava: Banca Etruria, uno dei quattro istituti oggetto del salvataggio di fine anno, è stata dichiarata insolvente dalla procura di Arezzo.

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Pur in un contesto che, viste le crisi finanziarie che si sono succedute, negli ultimi anni non ha certo lesinato motivi di preoccupazione, l’analisi della situazione attuale appare particolarmente difficile.I fondamentali dell’economia, in Europa, America e Asia, pur con con tutti i distinguo del caso non offrono appigli solidi per comprendere il panico che attraversa i mercati. Un fattore scatenante, paragonabile al crack di Lehman Brothers del 2008 o alla crisi del debito europea del 2011, è difficile da identificare. Fra le motivazioni più frequentemente presentate dai report degli analisti: il calo del prezzo del petrolio (anch’esso in discesa, sia a Londra che a New York), la crescita più debole del previsto (alimentata dalla presidente delle Federal Reserve davanti al congresso Usa), le criticità del settore bancario europeo, da anni al centro di un dibattito su salvataggi, governance, necessità di una politica economica comunitaria, che però non produce risultati, il rallentamento dell’Asia e dei paesi emergenti. Tutti fattori che contribuiscono ad alimentare il panico sui mercati.

Per il momento, l’ondata di vendite riguarda soprattutto le Borse, le tensioni sullo spread sono in effetti tornate ma i livelli sono decisamente lontani da quelli toccati nel 2011 con la crisi dell’Euro (quando il differenziale fra i Bund decennali tedeschi e i Titoli di Stato italiani superò abbondantemente quota 500). E’ forse l’unico appiglio incoraggiante che si può identificare rispetto all’attuale andamento dei mercati. L’altra considerazione è che, almeno per il momento, tutti parlano di panic selling più che di recessione.

Ma è vero che le prospettive di crescita dell’economia rischiano di essere considerevolmente ridimensionate. Almeno, questa è la reazione che i mercati hanno avuto dopo che Janet Yellen, presidente della Federal Reserve (la banca centrale americana), ha dichiarato in Senato a Washington che

«le condizioni finanziarie sono più stringenti e sostengono meno la ripresa», «questo potrebbe avere un effetto sull’economia».

Yellen ha anche chiarito che, pur davanti al rallentamento registrato nel quarto trimestre, si prevede che la crescita riparta. Ma le dichiarazioni sono comunque suonate come una improvvisa battuta d’arresto, dopo che proprio la Fed era stata, nel dicembre scorso, l’unica banca centrale a puntare decisamente sulla conginuta favorevole alzando i tassi di interesse. Yellen, anche su questo fronte, ha confermato uno scenario che giustifica un graduale aumento dei tassi. ma comunque le dichiarazioni sono state prudenti rispetto alla mossa di dicembre, maggiormente all’insegna dell’ottimismo.

E’ anche vero che il petrolio è a livello molto bassi, ed è di fatto la caduta dei prezzi dell’oro nero che ha rappresentato, a inizio anno, l’elemento da cui è partita la corsa al ribasso. Su questo fronte, dunque, le preoccupazioni sono reali, anche se la reazione è più finanziaria che non economica. In teoria, dal punto di vista dell’economia reale, un basso prezzo del petrolio è una notizia positiva, significa pagare meno l’energia. Ma la reazione, al momento, è finanziaria: fondi sovrani e in genere grandi investitori particolarmente esposti sul petrolio stanno rapidamente rivedendo le strategie di investimento. Con tutte le conseguenze che questo comporta per la stabilità dei mercati.

L’Europa, in uno scenario instabile, denuncia per l’ennesima volta nel giro di pochi anni la fragilità di una moneta unica non sostenuta da un mercato economico e finanziario comune. E in Italia il settore finanziario è particolarmente in tensione per la crisi delle quattro banche. Dal Governo, continuano ad arrivare dichiarazioni rassicuranti: il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan non vede collegamenti fra il ribasso dei titoli in borsa e le normative europee sul bail-in, le regole sul salvataggio a carico dei privati. Il premier Matteo Renzi, sottolinea che «l’Italia non è l’epicentro della crisi», evidenziando le cause internazionali. Nel frattempo, il governo ha approvato un decreto legge di riforma delle Banche di Credito Cooperativo, che contiene anche il recepimento delle normative europee sui crediti in sofferenza. Obiettivo: rafforzare il sistema bancario e renderlo più residente agli shock, si legge nel comunicato di Palazzo Chigi. Per il momento, siamo decisamente ancora in fase di shock.