Sulla risposta italiana all’accordo politico USA-UE sui dazi doganali il Governo è prudente: prima di decidere in materia di ristori alle imprese bisogna infatti calcolare il reale impatto delle tariffe al 15% per l’ingresso negli Stati Uniti delle merci europee. E per farlo, bisogna attendere che si concludano le trattative commerciali sui singoli settori.
E’ questa la posizione del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, espressa a più riprese, prima in sede di question time alla Camera dei Deputati e poi in collegamento con la festa della Lega a Cervia.
Al momento attuale, si tratta ancora per escludere settori, situazioni e alla fine, soltanto alla fine, si potrà fare un bilancio, soprattutto tarato sul nostro tipo di economia, l’economia italiana.
La trattativa USA-UE sui dazi
Il punto è il seguente: l’accordo prevede che dal 7 agosto le merci che gli Stati europei importano negli Usa paghino un dazio del 15%. Sui prodotti che già prima di questa data scontavano una barriera all’ingresso inferiore al 15%, la nuova aliquota assorbe anche le precedenti. Nei casi in cui invece l’attuale dazio è più alto, prevale quest’ultimo.
Tariffe settoriali
Sembrava che dalla regola generale fossero esentate le auto, sulle quali al momento grava un dazio del 27,5% (sarebbe il 25%, a cui però si aggiunge un 2,5% di dazio base della nazionale più favorita), invece l’ultima versione dell’ordine esecutivo americano non ricomprende questa eccezione. Anche su acciaio e alluminio continuano ad applicarsi i precedenti dazi del 50%.
Si tratta su altri settori, a partire dai farmaci. Anche questo è un capitolo su cui ci sono state diverse interpretazioni dell’accordo. Al momento, la situazione vede i prodotti farmaceutici soggetti alla tariffa del 15%. E’ un dato rilevante perché questo settore fino a questo momento era stato esentato dalle barriere doganali USA. Non a caso, Giorgetti lo sottolinea:
non è banale se alcuni prodotti agricoli siano ricompresi o non siano ricompresi; non è banale come verranno trattati i prodotti farmaceutici. E ricordo che il settore della farmaceutica è il settore industriale di maggiore sviluppo in questo momento in Italia.
Anche su molti prodotti alimentari del Made in Italy sono in corso negoziati.
Ristori alle imprese
«Il dazio del 15% evidentemente presenta elementi che avranno un impatto molto diverso tra settori produttivi in Italia e le discussioni collegate all’intesa sono ancora in corso – sottolinea Giorgetti -, in particolare per quanto riguarda le possibili esenzioni del dazio orizzontale del 15%, quindi una valutazione complessiva a mio giudizio non si può trarre ad oggi». Per questa ragione, «parlare ora nel dettaglio di iniziative di contrasto agli effetti dei dazi sulle imprese italiane è, a mio giudizio, prematuro».
Impatto dei dazi sull’economia italiana
Il titolare dell’Economia fornisce anche qualche prima stima macroeconomica. L’impatto sul PIL italiano potrebbe raggiungere un massimo dello 0,5% nel 2026 «seguito da un graduale recupero che porterà il livello a riallinearsi allo scenario base entro il 2029 in coerenza con le stime fornite dal documento di finanza pubblica». Nessuna variazione sulle previsioni di crescita 2025, che restano allo 0,6%. Per ora, in base ai dati ISTAT, «la variazione acquisita per il 2025 è pari a +0,5%». Percentuale molto vicina all’obiettivo dello 0,6%».
Fra l’altro, per il momento non sembra ci sia stato un rallentamento delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Il primo semestre dell’anno è stato caratterizzato dalla guerra commerciale: le prime dichiarazioni del presidente USA Donald Trump sono state rilasciate in gennaio, seguite dalle tariffe settoriali su auto e acciaio, il 2 aprile scorso la Casa Bianca ha annunciato i dazi reciproci, rimasti provvisoriamente al 10% ma con continue pressioni al rialzo fino all’accordo di fine luglio sulla tariffa al 15%. Pur in questo clima a dir poco incerto, «il confronto del primo semestre 2025 rispetto al primo semestre 2024 evidenzia che le esportazioni verso gli Stati Uniti, nonostante questa situazione, sono incrementate nell’ordine di circa l’8% nel primo trimestre.
Quel che invece sta andando male, incredibilmente rispetto alla retorica comunicativa, sono le esportazioni verso l’Asia e in particolare verso la Cina, dove si registra un peggioramento di circa l’11% rispetto all’analogo semestre dell’anno prima. Questo vuol dire che quello che sta avvenendo deve essere valutato in un’ottica globale di ridefinizione dei prezzi relativi all’interno del commercio internazionale, e non semplicemente come un problema che riguarda l’Italia o l’Europa nei confronti degli Stati Uniti d’America».