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Commercio in crisi: ipotesi di rinvio saldi

di Redazione PMI.it

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I commercianti presentano al Governo richieste per sostenere la categoria: il black friday resta il 27 novembre ma si pensa a rinviare i saldi a febbraio.

I ristori non bastano: il settore del commercio resta fra i più colpiti dall’emergenza Covid, e le ultime settimane dell’anno, che tradizionalmente rappresentano un importante voce di fatturato grazie a regali di Natale e saldi di fine stagione, saranno fortemente penalizzate tra restrizioni e mini-lockdown. Su questi punti concordano le associazioni di categoria, che propongono al Governo una serie di misure.

Non avendo ottenuto il rinvio del black friday sull’esempio francese, i commercianti insistono almeno sulla necessità di sostenere il settore e, in particolare, i piccoli esercizi. Sia con misure sul fronte della concorrenza del Web, sia con iniziative legate alla stagionalità invernale, ad esempio il rinvio dei saldi di gennaio.

E se il black friday resta fissato al 27 novembre nonostante le richieste di Fapi (Federazione autonoma piccole imprese) e Confesercenti (sarebbe stato un “segnale importante” per i negozi, secondo il segretario generale di Confesercenti, Mauro Bussoni, chiarendo che «la nostra battaglia non la facciamo contro Amazon, con il quale peraltro abbiamo avviato dei colloqui per valutare possibili sinergie, ma è una battaglia contro un sistema che in questa situazione favorisce l’online.

Sul tavolo resta la richiesta di una web tax (su cui insiste il numero uno di Confcommercio, Carlo Sangalli ed anche Massimo Torti di Federazione Moda Italia («vogliamo attirare l’attenzione sulla necessità di una web tax, che è quello che serve per avere un mercato a parità di regole») che riequilibri le dinamiche poco favorevoli ai negozi fisici in questo particolare momento storico.

Da Fismo, la Federazione Italiana del Settore Moda, arriva invece la proposta di posticipare la stagione dei saldi, facendola iniziare il 6 febbraio (invece dei primi di gennaio). L’associazione sottolinea che «la modifica dell’orario di chiusura delle attività di ristorazione, dei pubblici esercizi, della cultura e dell’intrattenimento alle ore 18,00 e la chiusura dei centri commerciali nel fine settimana, pur non colpendo le nostre imprese, di fatto si riflette negativamente anche sul nostro comparto, perché la chiusura anticipata determina dopo le ore 18,00 una desertificazione delle città ed un impatto negativo psicologico sul consumo. L’incremento del lavoro in modalità smart-working, e la piccola ripresa che aveva caratterizzato la fase dopo il lockdown rischia di essere vanificata per le ulteriori misure restrittive».

Negozi in crisi

Alcuni dati sulla crisi del commercio arrivano da Confesercenti: «la seconda ondata ha chiuso del tutto oltre 190mila negozi nelle regioni rosse, a cui si aggiungono altre 68mila attività in Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna cui è stato imposto lo stop di domenica e almeno altri 50mila negozi nelle gallerie commerciali per cui il divieto di apertura, invece, si estende a tutto il weekend».

Una chiusura di massa che rende impossibile ai negozi partecipare alle promozioni della Black Week, a vantaggio dell’online: a causa delle restrizioni nei canali di vendita fisici, circa 700 milioni di euro saranno “travasati” dai negozi reali a quelli virtuali.

Se le restrizioni dovessero continuare fino alla fine dell’anno, il Web potrebbe strappare ai negozi reali fino ad ulteriori 3,5 miliardi di euro di spesa dei consumatori per i regali e per l’acquisto di beni per la casa e la famiglia.

Particolarmente difficile la situazione per i settori abbigliamento, calzature e accessori: «le restrizioni hanno chiuso quasi 58mila imprese su 135mila, imponendo restrizioni ad altre 40mila. Uno stop che non permette alle imprese di competere, nonostante i prodotti di moda siano tra quelli tradizionalmente più richiesti in occasione del Black Friday e del Natale».

La Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) chiede invece lo stato di crisi per il settore della ristorazione, fornendo dati su alcuni specifici segmenti, come le mense aziendale (crollo dei fatturato del 40%), e la distribuzione dei pasti nelle scuole (ricavi più che dimezzati): «tutto questo si traduce in 60mila posti di lavoro a rischio, in particolare occupazione femminile.

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Infine CNA (confederazione nazionale artigianato) chiede al Governo di consentire «la possibilità di compiere spostamenti tra comuni limitrofi o contigui per raggiungere le attività artigiane di servizi alla persona e di servizi alla comunità di propria fiducia utilizzando per le trasferte il prescritto modulo di autocertificazione anche nelle zone arancioni e rosse», ritenendo che, «nella piena osservanza dei protocolli di sicurezza, i cittadini possano recarsi da artigiani di fiducia che non svolgono attività in grado di determinare assembramenti, com’è il caso di acconciatori e autoriparatori».

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