OCSE: Pmi, tra progessi e ritardi

di Redazione PMI.it

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Da Rapporto OCSE, emergono luci e ombre sulle strategie italiane volte a sostenere le piccole e medie imprese: accesso credito, oneri burocratici, tutela e rappresentanza

«I Governi dicono che le piccole e medie imprese sono importanti, ma poi, a elezioni finite e quando si tratta di governare, è più semplice negoziare con la grande impresa». Lo ha dichiarato Sergio Arzeni, direttore del Centro per l’imprenditoria, le Pmi e lo sviluppo locale dell’OCSE, a margine della presentazione del Rapporto OCSEPmi: imprenditorialità e innovazione“.

L’ostacolo principale resta la scarsità di risorse economiche (secondo il parere del 20% delle Pmi italiane) e di personale specializzato (15%).

Il parere di Arzeni, responsabile anche del Programma per lo sviluppo economico e la creazione di impiego locale, è suffragato dalle testimonianze raccolte in tutta Italia – «Paese di imprenditori, ci sono Regioni con 5.000 imprese, una ogni dieci abitanti» – ancora afflitta da “nanismo” e “obsolescenza della conoscenza“.

Sul versante credito, la poca maturità delle dinamiche di Venture Capital è compensata dalla positiva esperienza dei Confidi, oltre al valido contributo delle banche più piccole, spesso molto più attente delle “grandi” alle esigenze del piccolo imprenditore.

La posizione dell’OCSE sulle politiche di sostegno riservate alle Pmi italiane è fatta di luci e ombre: in pratica, quel che serve è un ecosistema istituzionale che preveda anche interventi di formazione per futuri manager e start-up, al finje di favorirne le sinergie di networking fra aziende.

In Italia, mancava una figura di riferimento solo per le Pmi, che ora vuole essere Rete Imprese Italia (composto da Confcommercio, Confartigianato, Cna, Confesercenti e Casartigiani), sulla quale sono dunque risposte grandi aspettative da parte di tutti.

Il risultato migliore è la riduzione degli oneri burocratici per l’avvio d’impresa (i costi per le start-up si sono allineati alla media OCSE), mentre l’Italia è ancora indietro in quanto a investimenti pubblici per l’innovazione, che è di molto inferiore a quella che devono sostenere le imprese stesse per riuscire a restare competitive.

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