Lavoro senza donne, una lacuna costosa

di Alessia Valentini

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La scarsa presenza femminile nel mondo del lavoro e le persistenti discriminazioni costano care all’economia. Numeri, trend e soluzioni per trasformare l’equità di genere in PIL.

Le donne, definite dall’OCSE “il prossimo mercato emergente” e una “incredibile opportunità di business“, dopo oltre 60 anni non riescono ancora a vedere attuato in pieno l’articolo 37 della costituzione italiana:

“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione”.

In occasione dell’8 Marzo sono stati numerosi i contributi sul tema, da cui emerge un bilancio perfettibile (difficoltà di reperire le corrette competenze, condizioni di lavoro spesso proibitive rispetto al bilanciamento fra vita privata e lavorativa) ma anche buoni propositi (smart working) e alcune realtà promettenti.

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Scenario corrente

Nel recente convegno Leadership al femminile di Parigi, è stata presentata una ricerca OCSE che ha evidenziato come l’occupazione femminile parificata a quella maschile, in termini di presenza nel mondo del lavoro, genererebbe 100 milioni di posti di lavoro nei prossimi dieci anni ed entro il 2030 potrebbe far registrare una crescita del PIL fino al 12%. Ad oggi, la discriminazione di genere, provoca invece una perdita di reddito fino a 12mila miliardi di dollari l’anno. Ancora secondo l’OCSE, nel periodo 2015-2025 con una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro i possibili benefici sul PIL mondiale ammonterebbero a 28mila miliardi di dollari (quasi due volte il PIL Usa).

Da traino farebbe anche una maggiore presenza femminile nei Cda: le azioni delle società con donne in posizioni apicali salgono di più di quelle che si affidano a manager uomini; per le altre il costo nascosto o la perdita economica vale 655 miliardi di dollari (dati 2014).

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Il Presidente della Repubblica ha recentemente auspicato un “aumento del lavoro femminile” senza il quale “non potremo parlare davvero di uscita dalla crisi“, smentendo anche che il lavoro allontani la donna dalla maternità e sostenendo l’esatto contrario, ovvero che l’aumento del lavoro femminile possa favorire nuove nascite, grazie anche allo sviluppo di politiche per la famiglia, comprese quelle di conciliazione, che rappresentano un contributo essenziale allo sviluppo equilibrato e sostenibile del paese.

Infine la necessaria condanna per ogni tipo di violenza inferta alle donne: “violenze fisiche o morali o costrizione in spazi di sofferenza”. Sullo stalking occupazionale, ad esempio, l’ISTAT ha fotografato una realtà che colpisce 1,3 milioni di donne, che nel corso della propria vita professionale ha subito molestie sessuali o verbali, o stalking da un collega o superiore. Le vittime (347mila negli ultimi tre anni) invece di denunciare (non lo fa il 91%) spesso subiscono,  semplicemente si dimettono allontanandosi dal mondo del lavoro (dati Whooming – app antistalking).

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La formazione digitale

Indipendentemente dalla situazione nelle singole realtà aziendali, che può essere più o meno virtuosa e/o distorta, la recente ricerca Accenture “Getting to Equal: How Digital is Helping Close the Gender Gap at Work” evidenzia come il digitale possa aiutare nel raggiungimento della parità di genere. Condotta su 4.900 lavoratrici e lavoratori (classe Millennial, Generazione X e Baby Boomer) in 31 paesi del mondo tra cui l’Italia, tra dicembre 2015 e gennaio 2016, la ricerca sottolinea come il mondo digitale giochi un ruolo essenziale nell’aiutare le donne a raggiungere la parità di genere e contribuisca a creare condizioni di equità se, e solo se, si aumentano le competenze digitali sbloccando ed accrescendo la “digital fluency (capacità di sfruttare le tecnologie digitali per aumentare le proprie competenze n.d.r.).

L’Italia si posiziona al 19° posto su 26 paesi nella classifica che combina il valore del digitale rispetto a formazione, lavoro e crescita professionale. Con il termine “digitale” la survey ha considerato corsi virtuali, dispositivi digitali per collaborare (webcam, messaggistica istantanea), piattaforme di social media e terminali come gli smartphone.

Il mondo digitale consente anche forme di lavoro agile, da remoto mediante connessioni web, con il conseguente miglioramento della work life integration. Circa il 50% degli intervistati concorda sulla possibilità che le tecnologie digitali rendano possibile il lavoro da casa mentre il 42% riconosce che utilizzandole sia possibile una migliore conciliazione tra vita privata e vita lavorativa.

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Anche se un buon livello di competenze digitali aiuta le donne a progredire nella carriera, non sono però sufficienti a colmare il divario di genere tra i livelli più alti in azienda, né hanno effetti sulla parità retributiva, tanto che gli uomini guadagnano di più. Questo cambierà progressivamente quando le donne inizieranno ad aumentare fra i livelli manageriali. Tuttavia è stato stimato che, se non si inizia a rafforzare la “cultura digitale”, per raggiungere la parità ci vorranno circa 50 anni. Un lasso di tempo che, come società, forse non ci possiamo permettere.

Per il futuro quindi, non solo formazione in azienda: la preparazione deve partire dalla scuola e dall’università, dove però le ragazze stentano ancora a scegliere materie tecnico-scientifiche. Ma a quanto pare non sono le sole…Le soluzioni a favore della flessibilità sono in arrivo e qualche azienda è già una spanna avanti… Stay tuned.