Donne manager: risorsa nascosta per la ripresa in Italia

di Francesca Vinciarelli

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In Italia il divario uomo donna sul lavoro è più marcato che negli altri Paesi Ocse, ma questo gap può diventare una leva per crescere: i dati della ricerca condotta da Manageritalia.

Il divario uomo donna, dal punto di vista professionale, è ancora evidente, almeno stando agli ultimi dati pubblicati da Manageritalia, federazione nazionale che associa oltre 35.000 manager, quadri e professionisti: il 67,4% degli uomini tra i 15 e i 64 anni è occupato, ma tra le donne la percentuale scende al 46,5%. Se si guarda ai livelli dirigenziali lo spread aumenta: solo il 13,3% dei dirigenti nel settore privato sono donne, contro una media in Europa del 29%.

Nel settore terziario la percentuale è del 16,4%, mentre nell’industria si scende al 10,2%.

Se poi si analizzano le presenze all’interno dei Consigli d’Amministrazione si osserva che nel settore terziario privato nel 66,85% delle 8770 aziende monitorate non vi è proprio presenza delle coddette quote rosa. Di contro, un 9,28% dei CdA è completamente al femminile.

A sorpresa è una regione del Sud quella professionalmente più al femminile: la Calabria con il 18,9% di donne dirigenti, seguita dal Lazio (18,1%), Val d’Aosta (15,5%) e Lombardia (14,7%). Fanalini di coda il Trentino Alto Adige (7,0%) e l’Abruzzo (7,6%).

Eppure dal punto di vista della formazione le donne promettono altrettanto bene degli uomini: istruite, rapide a conseguire i riconoscimenti accademici, leggono e si informano. Gli uomini primeggiano invece in quanto a indipendenza personale, capacità di spesa ed autonomia in termini di mobilità.

Secondo la responsabile del Gruppo Donne Manager di Manageritalia, Marisa Montegiove «nei prossimi anni le donne saranno il vero motore di sviluppo dell’economia italiana. Infatti, a differenza dei principali Paesi Ocse, che hanno già un’elevata partecipazione al lavoro delle donne, l’Italia potrà sfruttare il basso utilizzo del lavoro femminile come arma in più per crescere».

L’obiettivo deve quindi essere quello di «lavorare perché un grave deficit culturale diventi un vantaggio, perché siano eliminati i costi della discriminazione femminile. Per far sì che le donne, caratterizzate tra l’altro da un’elevata scolarizzazione, possano darci quel qualcosa in più per competere al meglio nell’economia della conoscenza. Per questo vogliamo sviluppare proposte e azioni tese a valorizzare competenze e professionalità in rosa e a generare percorsi virtuosi che lavorino più sull’affermazione della qualità della donna che sull’evidenziazione delle difficoltà che la società le propone».