Assegno Unico INPS anche ai figli residenti in un altro Paese dell’Unione Europea e ai lavoratori comunitari indipendentemente dalla residenza in Italia: l’ampliamento della platea è disposto da un emendamento del Governo al decreto PNRR (DL 19/2026), già approvato in Commissione Bilancio alla Camera e atteso in Aula dopo la pausa pasquale.
La modifica elimina il requisito dei due anni di residenza nel Paese e risponde alla procedura di infrazione avviata dalla Commissione Europea, che ha contestato le limitazioni dell’attuale regolamentazione come discriminatorie e contrarie alla libera circolazione dei lavoratori prevista dai trattati. Il Governo, intervenendo prima che la Corte di Giustizia UE si pronunci, punta a chiudere il contenzioso ed evitare una condanna con obbligo di rimborso degli arretrati.
Requisiti attuali AUU e rilievi dell’Unione Europea
L’Assegno Unico Universale spetta oggi per ogni figlio minorenne a carico, oppure fino a 21 anni in presenza di requisiti specifici. La prestazione è universale e non prevede soglie di reddito per l’accesso, ma il DLgs. 230/2021 fissa una serie di vincoli legati a cittadinanza e residenza. Il richiedente deve essere soggetto passivo IRPEF, residente e domiciliato in Italia, con almeno due anni di residenza nel Paese. I cittadini UE devono possedere il diritto di soggiorno o il diritto di soggiorno permanente; per i cittadini di Paesi terzi è richiesto un permesso di soggiorno di lungo periodo. I figli devono essere residenti in Italia.
La Commissione Europea ha ritenuto che il requisito della residenza biennale e l’esclusione dei figli residenti all’estero violino il regolamento 883/2004 sul coordinamento della sicurezza sociale, che vieta sul coordinamento della sicurezza sociale, che vieta esplicitamente di subordinare l’accesso alle prestazioni familiari alla residenza nel Paese erogante.
L’attuale disciplina ha anche penalizzato chi ha figli residenti all’estero, escludendoli dalla prestazione pur essendo fiscalmente a carico.
La procedura di infrazione, avviata nel 2023 con una lettera di messa in mora e seguita da un parere motivato, ha posto l’Italia di fronte alla necessità di modificare la disciplina entro un termine definito.
Le modifiche per i lavoratori comunitari
L’emendamento, se confermato in via definitiva dal voto in Aula, elimina diverse rigidità. Per i cittadini di un Paese membro dell’UE non sarà più necessario aver maturato due anni di residenza né possedere il diritto di soggiorno permanente: basterà la cittadinanza comunitaria, l’iscrizione a una gestione previdenziale italiana e il versamento dei contributi obbligatori, sia come dipendente sia come autonomo. Un lavoratore che si trasferisce in Italia per la prima volta avrà diritto all’AUU fin dal primo mese di attività.
Se scatterà il disco verde alla revisione dei criteri di accesso, cadrà anche il vincolo della residenza del figlio nel territorio nazionale: l’assegno spetterà anche per i figli a carico che vivono in un altro Stato membro. Per i lavoratori comunitari non stabilmente residenti in Italia, l’erogazione sarà proporzionata ai mesi di effettiva presenza — residenza, domicilio o attività lavorativa — nel territorio nazionale. In base alla relazione tecnica, la platea si allargherà a circa 50.000 nuovi beneficiari, con un impatto stimato di 20 milioni di euro nel 2026 e una crescita progressiva fino a 36 milioni annui a partire dal 2035.
I nuovi beneficiari percepiranno l’AUU secondo gli importi rivalutati per il 2026, parametrati all’ISEE del nucleo familiare.
Sul piano degli arretrati, comunque, l’emendamento non prevede rimborsi per chi è rimasto escluso dalla prestazione negli anni precedenti. Secondo diversi osservatori, la scelta di anticipare legislativamente la soluzione — invece di attendere la sentenza della Corte di Giustizia — ha anche l’obiettivo di impedire che il giudice europeo imponga la restituzione retroattiva delle somme non erogate, un’eventualità che avrebbe avuto un impatto finanziario molto più elevato rispetto ai 20 milioni stanziati per il 2026.
L’emendamento si inserisce nel più ampio pacchetto di semplificazioni digitali del decreto PNRR, che ha già eliminato l’obbligo di allegare l’attestazione ISEE alle domande di prestazioni sociali.
Regole invariate per i cittadini extra-UE
L’emendamento non modifica il quadro normativo per i lavoratori provenienti da Paesi terzi. Per i cittadini extra-comunitari resta necessario un titolo di soggiorno qualificato, come il permesso di soggiorno di lungo periodo. Rimane inoltre l’obbligo di residenza del figlio in Italia. La modifica interviene dunque su un perimetro circoscritto, corrispondente esattamente all’ambito contestato dalla Commissione Europea.