A parità di incarico, le donne possono contare su stipendi inferiori rispetto ai colleghi uomini. Questo gap, a livello globale, si attesta in media intorno al 20%. Una percentuale che in Italia aumenta addirittura di qualche punto.
Sono dati che cozzano con gli obiettivi dell’International Equal Pay Day, istituito dall’ONU e celebrato nei giorni scorsi per promuovere la parità retributiva di genere.
Secondo il Rendiconto di genere pubblicato dall’INPS a febbraio 2025, sono ancora rilevanti le condizioni di svantaggio delle donne in ambito lavorativo, familiare e sociale. Il gap retributivo di genere rimane un aspetto critico: le donne percepiscono stipendi inferiori di oltre venti punti percentuali rispetto agli uomini.
Focalizzando l’attenzione sui singoli settori economici, la differenza è del 20% nelle attività manifatturiere, del 23,7% nel commercio, del 16,3% nei servizi di alloggio e ristorazione, del 32,1% nelle attività finanziarie, assicurative e servizi alle imprese.
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Le cose non migliorano ai piani alti, basti pensare che solo il 21,1% dei dirigenti è donna. Secondo i dati INPS presentati lo scorso febbraio, persino tra i quadri la quota femminile ad oggi si ferma ancora al 32,4%.

Disparità anche nel tasso di occupazione femminile nel 2023 si è attestato al 52,5% rispetto al 70,4% degli uomini, mentre le assunzioni femminili hanno rappresentato solo il 42,3% del totale. Solo il 18% delle assunzioni di donne sono a tempo indeterminato, contro il 22,6% degli uomini, mentre le lavoratrici con un contratto a tempo parziale sono il 64,4% del totale.
È sempre l’INPS, infine, a mettere in evidenza una disparità di genere anche dal punto di vista delle pensioni: sebbene le donne siano numericamente superiori tra i beneficiari di trattamenti pensionistici, non mancano spiccate differenze negli importi erogati.