Permane il gender gap nel mondo del lavoro in Italia secondo gli ultimi dati INPS. Il tasso di occupazione femminile è inferiore a quello maschile di quasi 20 punti, alle donne vengono più frequentemente applicati contratti precari o forme di part-time involontario, gli stipendi sono più bassi di oltre il 20% ed è raro che le lavoratrici diventino quadri o dirigenti. Questo, a fronte di un livello di istruzione mediamente più alto.
E’ quanto emerge dall’ultimo Rendiconto di genere a cura del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (CIV INPS).
Occupazione a due velocità
Dai dati INPS emerge che Il tasso di occupazione femminile nel 2024 ha raggiunto il 52,5%, contro il 70,4% maschile. La forbice è di quasi 20 punti percentuali e la scarsa presenza delle donne nel mercato del lavoro abbassa il tasso di occupazione totale al 61,5%. In base ai dati Eurostat, siamo fra i fanalini di coda sul differenziale di occupazione.
Il confronto fra tasso di disoccupazione e tasso di inattività è emblematico. In entrambi i casi le evidenze relative all’occupazione femminile segnano cifre peggiori. Ma in materia di disoccupazione il gap è di due punti percentuali (tasso femminile all’8,8% contro il 6,8% maschile). Il tasso di inattività per genere, invece, vede una differenza di 18 punti percentuali, che cresce con l’aumentare dell’età.

Nella fascia fra i 15 e i 24 anni, sono più inattivi gli uomini (69,2% contro il 78,4% femminile). In quella immediatamente successiva, fra i 25 e i 34 anni, la percentuale si inverte, con un divario di 16 punti. Il gap cresce ulteriormente fra i 35 e i 64 anni.
Il dato positivo è che è in miglioramento il tasso di mancata partecipazione al lavoro, ovvero il rapporto fra disoccupati o inattivi disponibili al lavoro e il totale di occupati, disoccupati e inattivi. Fra le donne, dal 2021 al 2023 è passato dal 23% al 18%. Fra gli uomini, dal 16,5 al 12,3%.

Disparità di contratto e part-time forzato
All’interno del mondo del lavoro, ci sono poi differenze relative alle tipologie di contratti applicati. Il tempo indeterminato riguarda gli uomini nel 59,9% dei casi rispetto al 40,1% femminile. Il gap si amplia fra le nuove assunzioni: 36,9% donne contro il 63,1% degli uomini. Sul tempo determinato, il rapporto è invece quasi in equilibrio (48,3% donne rispetto a 51,7% maschi).
Le lavoratrici con un contratto a tempo parziale sono il 64,4% del totale e anche il part-time involontario è prevalentemente femminile, rappresentando il 15,6% degli occupati, rispetto al 5,1% dei maschi.
Solo il 21,1% delle donne ha contratti da dirigente contro il 78,9% dei colleghi uomini. Nei contratti da quadri il genere femminile rappresenta il 32,4% mentre quello maschile il 67,6%.
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Disparità di retribuzione: -20% alle donne
Il gap è mediamente intorno al 20%. Il report esamina il reddito medio giornaliero in 18 diversi settori, in 10 dei quali le donne percepiscono più del 20% in meno. Fra i meno women friendly, le attività finanziarie e assicurative, con stipendi femminili più bassi del 32,1%, le attività professionali scientifiche e tecniche, -35,1%, e quelle immobiliari, -39,9%.

Fra i dipendenti pubblici il divario è meno evidente ma per servizio sanitario, università ed enti di ricerca gli uomini percepiscono oltre il 20% in più rispetto alle donne.
Donne più istruite ma relegate al lavoro di cura
Sono numeri che non trovano riscontro nella minor preparazione femminile, anzi: il livello di istruzione è più alto fra le donne sia tra i diplomati (52,6%) sia tra i laureati (59,9%). Mentre invece riflettono, oltre a una lunga serie di altri fattori, quello culturale relativo alla distribuzione del lavoro di cura all’interno delle famiglie e nella società: nel 2023, le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state 14,4 milioni, contro appena 2,1 milioni degli uomini.

L’offerta di asili nido rimane insufficiente, con solo l’Umbria, l’Emilia-Romagna e la Valle d’Aosta che raggiungono o si avvicinano all’obiettivo dei 45 posti nido per 100 bambini 0-2 anni.
Pensioni femminili più povere
Le donne sono più numerose: 7,9 milioni rispetto ai 7,3 milioni di pensionati, mentre gli importi medi che percepiscono sono più bassi. Il divario è del 25,5% sulle pensioni anticipate, del 32% su quelle di invalidità, del 44,1% sui trattamenti di vecchiaia.