Jobs Act e tutele crescenti: pro e contro per imprese e lavoratori

di Barbara Weisz

Pubblicato 10 Giugno 2025
Aggiornato 15:27

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Fumata nera per i referendum sul lavoro, restano le tutele crescenti: luci e ombre sul Jobs Act in tema di assunzioni stabili, licenziamenti e contenziosi.

I referendum sul lavoro dell’8 e 9 giugno non hanno raggiunto il quorum, per cui le normative restano quelle attuali. Per quanto riguarda le regole sui licenziamenti, i sindacati promotori del quesiti referendari miravano ad affrontare quelle che reputavano le criticità del Jobs Act. Il primo chiedeva infatti di tornare alla cosiddetta tutela reale dell’Articolo 18, rappresentata dal diritto al reintegro nel posto di lavoro nel caso di licenziamento illegittimo nelle imprese sopra i 15 dipendenti. Il Jobs Act, che resta in vigore pienamente, ha invece introdotto il contratto a tutele crescenti, che prevede un risarcimento a fronte del licenziamento e che si applica a tutte le assunzioni a tempo indeterminato effettuate a partire dal 7 marzo 2015.

L’impatto del Jobs Act sulle assunzioni

Il Jobs Act è stato pensato con due obiettivi: eliminare ingessature, ovvero regole troppo rigide che rendendo difficili i licenziamenti bloccavano le assunzioni. E depotenziare il contenzioso. Per contro, una delle obiezioni forti, sostenute anche dai comitati promotori dei referendum, è rappresentato dal rischio che aumentino i licenziamenti. Ma cosa è successo veramente dal 2015 nel mondo del lavoro? Il periodo di osservazione è ormai sufficientemente ampio per valutare l’impatto del Jobs Act.

Partiamo da assunzioni e licenziamenti con l’aiuto di un articolo del giuslavorista Bruno Anastasia pubblicato su LaVoce.info. In realtà, dopo un boom di assunzioni avvenuto subito dopo l’entrata in vigore del Jobs Act, e dovuto in particolare a incentivi sulle assunzioni a tempo indeterminato (l’esonero triennale previsto dalla manovra 2015), a partire dal 2017 a impennarsi è stato soprattutto il lavoro a tempo determinato.

«Le imprese hanno continuato a preferire, ove possibile, il contratto a termine, perché il contratto a tutele crescenti non risulta un incentivo sufficiente a cambiare abitudini e valutazioni sul rischio connesso alle assunzioni a tempo indeterminato», segnala Anastasia. Dopo la pandemia, invece, si è verificato un trend contrario, con un calo del ricorso ai contratti a termine: «le imprese hanno intrapreso nuove strategie di fidelizzazione, negli ultimi quattro mesi disponibili, a partire da dicembre 2024, siamo scesi sotto il 14 per cento, il che vuol dire in valori assoluti un calo di circa 400-500mila unità rispetto ai valori massimi (oltre 3 milioni) raggiunti sia prima sia immediatamente dopo la pandemia».

L’impatto sui licenziamenti

Stando ai dati, non sembra dunque che il Jobs Act, nel medio e lungo periodo, abbia centrato l’obiettivo di incentivare i posti di lavoro stabili. Per contro, non c’è stato nemmeno il temuto effetto sui licenziamenti. La curva evidenzia una leggera salita nei primi mesi del 2016, che Anastasia attribuisce a una «reazione temporanea di adattamento (contro-intuitivo) all’obbligo introdotto da marzo 2016 di presentare le dimissioni esclusivamente online (per contrastare il fenomeno delle dimissioni in bianco): una complicazione, in particolare per le aziende cinesi, che ha favorito – transitoriamente – i licenziamenti». Per il resto, nel decennio fra il 2014 e il 2024 sono diminuiti i licenziamenti economici sia nelle grandi imprese sia nelle PMI, mentre sono in effetti cresciuti progressivamente quelli per motivi disciplinari, raddoppiando nelle imprese sopra i 15 dipendenti (da circa 21mila nel 2014 a 56mila nel 2024), e salendo anche se in misura più contenuta nelle piccole imprese, da 33mila del 2014 a 47mila nel 2024.

I contenziosi sul lavoro

E siamo al contenzioso. In totale, dal 2015 si è verificata una forte riduzione dei contenziosi di lavoro. «Nel 2014 venivano iscritti oltre 105mila nuovi procedimenti e ne venivano definitivi circa 130mila, mentre dieci anni dopo, nel 2024, questi numeri erano rispettivamente scesi a 67mila e 71mila» scrive Francesco Armillei, sempre su LaVoce.info. Ma isolando le sole cause relative ai licenziamenti, le evidenze sono diverse. Nel 2014 in effetti c’è anche su questo fronte un calo dei ricorsi, ma nel 2021 si inverte la tendenza. Spiega Armillei: «nel 2024 i nuovi procedimenti raggiungono quota 105mila, in aumento del 15% rispetto al 2023 e del 43% rispetto al 2022. Nello stesso periodo si osserva anche una diminuzione nel numero di licenziamenti, che nel 2024 hanno toccato il valore più basso degli ultimi venti anni, pari a 680mila. I due dati combinati, però, fanno sì che il tasso di litigiosità riguardo ai licenziamenti (il numero di procedimenti iscritti diviso il totale di licenziamenti avvenuti) abbia toccato l’anno scorso il valore più alto degli ultimi dieci anni: vi sono stati infatti 1,6 nuovi procedimenti ogni cento licenziamenti, un valore persino superiore agli 1,3 del 2014».

Difficile capire con precisione le ragioni di questo andamento; l’economista propone come spiegazione le sentenze della Corte Costituzionale che via via tendono a eliminare l’automatismo nella determinazione dell’indennizzo dovuto (nel caso di motivazione ritenuta dal giudice insufficiente) e ad aumentare la discrezionalità del giudice nella scelta tra sanzione reintegratoria e sanzione indennitaria».