Gli italiani vorrebbero lasciare il lavoro a 60 anni ma sono convinti che non ci riusciranno prima dei 69 anni. Una misura precisa del realismo amaro con cui i lavoratori under 50 anni guardano alla propria pensione. La fotografia arriva dal 7° Rapporto Assogestioni-Censis sulla previdenza complementare e racconta una rassegnazione che nasce da pessimismo motivato: la soglia coincide con le proiezioni ufficiali.
In sintesi:
- l’età di pensionamento attesa per gli italiani è di 69 anni, secondo il Rapporto Assogestioni-Censis 2026;
- il 56,3% pensa che andrà in pensione oltre i 70 anni, quota che sale al 67,8% tra i 18-35enni;
- il requisito di vecchiaia è atteso a 70 anni nel 2067 secondo le stime della Ragioneria di Stato riportate da Istat;
- i lavoratori stimano una pensione pubblica pari al 48,4% del reddito ed il 76,6% è convinto che lavorare più a lungo non basterà comunque a garantire un assegno adeguato.
Nove anni tra pensione desiderata ed effettiva
L’età di pensionamento desiderata dai lavoratori italiani è in media 60 anni, quella che si aspettano realisticamente è 69: la distanza è di nove anni. Il dato fotografa due piani che non si toccano, quello del desiderio e quello dell’aspettativa. Sul primo, il 25,8% vorrebbe uscire prima dei 60 anni, il 39% esattamente a 60 e il 35,2% oltre. Sul secondo lo scenario si rovescia: solo il 9,3% conta di farlo prima dei 65 anni, il 34,4% tra i 65 e i 69, mentre il 56,3% si aspetta di lavorare fino a 70 anni o più.
Il divario è più ampio proprio tra i più giovani, quelli che in teoria avrebbero più margine per immaginare un’uscita anticipata. Vorrebbe la pensione entro i 60 anni il 68,1% dei 18-35enni, eppure il 67,8% della stessa fascia è convinto che resterà al lavoro fino a 70 anni o oltre. La rassegnazione cresce al diminuire dell’età, segno che la prospettiva di una vita lavorativa lunga è ormai interiorizzata da chi è appena entrato nel mercato.
Età per la pensione sempre più lontana
La convinzione di andare in pensione a 70 anni non è infondata, perché le proiezioni ufficiali la confermano. Nel 2026 la pensione di vecchiaia si raggiunge a 67 anni con almeno 20 anni di contributi, ma il requisito tornerà a salire dal 2027 in base all’adeguamento alla speranza di vita. Secondo le stime della Ragioneria generale dello Stato riportate dall’Istat nelle Previsioni delle forze di lavoro al 2050, l’età di vecchiaia salirà a 68 anni e 11 mesi nel 2050 e raggiungerà i 70 anni nel 2067.
Chi oggi ha tra i 18 e i 35 anni andrà quindi in pensione di vecchiaia proprio intorno alla soglia che si aspetta. La percezione dei lavoratori, in altri termini, è allineata con la traiettoria normativa: il meccanismo introdotto dalla riforma Fornero del 2011, che lega i requisiti anagrafici all’allungamento della vita media certificato dall’Istat, sposta in avanti l’uscita di pari passo con la longevità. Il primo scatto dopo otto anni di blocco arriva nel 2027, con un mese in più, e un ulteriore incremento di due mesi dal 2028.
Pensione pubblica ferma a metà dello stipendio
Accanto al gap sull’età c’è un secondo divario, quello sull’importo. In media i lavoratori si aspettano una pensione pubblica pari al 48,4% del proprio reddito da lavoro: il 49,7% per i dipendenti, il 41,5% per gli autonomi. Più in dettaglio, il 24,7% prevede meno del 40% dello stipendio attuale, il 46,7% un valore tra il 40% e il 60%, solo il 17,4% supera il 60%.
Questa stima è più pessimistica delle proiezioni ufficiali. Il Rapporto segnala che, secondo la Ragioneria di Stato, al 2030 il tasso di sostituzione lordo sarà in media del 72% per i dipendenti e intorno al 50% per gli autonomi. La distanza tra il 48,4% percepito e il 72% stimato per i dipendenti misura quanto la sfiducia abbia anticipato e amplificato il taglio reale. Per verificare la propria posizione, il calcolatore della pensione di PMI.it stima importo e data di uscita sulla base di età, anni di contribuzione e reddito.
Lavorare più a lungo non aumenta l’assegno futuro
L’allungamento della vita lavorativa non viene letto come una garanzia. Il 76,6% dei lavoratori è convinto che l’innalzamento dell’età pensionabile non basterà comunque a garantire pensioni adeguate, una posizione condivisa dall’81,5% dei 46-50enni e dal 74,5% dei 18-35enni. L’80,3% si spinge oltre ed è certo che i giovani di oggi non avranno una pensione dignitosa.
È il punto in cui la lettura dei lavoratori si separa da quella del sapere esperto. Le pubblicazioni della Ragioneria ricordano che lavorare più a lungo contiene il taglio del coefficiente di trasformazione e quindi sostiene l’importo finale dell’assegno. Quell’effetto di compensazione, però, non è stato fatto proprio dai lavoratori: l’età pensionabile più alta è vissuta solo come una penalizzazione, non anche come uno strumento che attenua la riduzione della pensione pubblica.
Spazio alla previdenza complementare
Il gap tra l’uscita desiderata e quella attesa, unito alla sfiducia sull’importo, è il terreno su cui si gioca la previdenza complementare. Tra i lavoratori che la conoscono, il 76,1% ritiene che possa aiutare a mantenere o migliorare il tenore di vita da pensionato e il 69,9% la considera utile anche per finanziare progetti ed esigenze della fase longeva, oltre che per integrare l’assegno pubblico.
Il riconoscimento, però, non si traduce in adesione, dato che i tassi di partecipazione restano sotto il 40% delle forze di lavoro. A frenare è anche la procrastinazione, con il 45% che dichiara di avere altre priorità e di rimandare la scelta, e il 51,3% convinto che pianificare non abbia senso perché le regole cambiano di continuo.
Proprio la riforma in arrivo dal 1° luglio, con l’adesione automatica dei neoassunti e l’aumento del tetto di deducibilità, punta a colmare quel ritardo. Per orientarsi tra le diverse forme resta utile capire come funziona la previdenza complementare dopo le novità 2026.