Auto elettrica: la grande retromarcia gela Termoli ma apre a nuove opzioni

di Anna Fabi

9 Febbraio 2026 10:10

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Automotive green: le case automobilistiche rivedono i piani sull'elettrico mettendo a rischio la Gigafactory Stellantis di Termoli. Revisione UE 2035 apre tuttavia a nuovi scenari.

Il 2026 doveva essere l’anno dell’accelerazione definitiva, quello in cui le fabbriche europee avrebbero sfornato batterie al posto dei pistoni. Invece, l’industria dell’auto ha tirato il freno a mano. La narrazione del “tutto elettrico subito” si è schiantata contro i muri della realtà: domanda di mercato stagnante, costi di produzione ancora troppo alti e una concorrenza cinese feroce. In questo scenario, i grandi costruttori stanno riscrivendo i piani industriali, e per l’Italia il prezzo da pagare rischia di chiamarsi Termoli.

La “grande retromarcia” non è più solo un’ipotesi ma un dato concreto (e contabile). Dai quartier generali di Wolfsburg a quelli di Detroit, fino a Parigi e Torino, la parola d’ordine è diventata “flessibilità”. Che tradotto dal linguaggio corporate significa: rallentare gli investimenti sulle Gigafactory e tenere in vita i motori endotermici molto più a lungo del previsto. Una strategia di sopravvivenza che però mette in stand-by migliaia di posti di lavoro nella filiera italiana.

Il caso Stellantis e l’incognita Gigafactory

L’epicentro del sisma industriale in Italia è lo stabilimento di Termoli. Qui, il consorzio ACC (partecipato da Stellantis, Mercedes e TotalEnergies) avrebbe dovuto convertire le linee storiche dei motori Fire in una delle più grandi fabbriche di batterie d’Europa. Ma il progetto è finito nel limbo. Il rallentamento della domanda di veicoli elettrici (BEV) ha costretto il gruppo guidato da Carlos Tavares a “rimodulare” i tempi.

Non è una cancellazione ufficiale ma una sospensione che gela i sindacati e il governo. Senza la certezza dei volumi di vendita delle auto alla spina, investire miliardi in capacità produttiva di celle al litio viene visto oggi come un azzardo finanziario. Il risultato è che lo stabilimento molisano resta sospeso tra un passato a benzina che va scomparendo e un futuro elettrico che tarda ad arrivare.

Bruxelles e la revisione dello stop al 2035

A dare sponda ai costruttori è la politica. Il dogma del 2035 – la data fissata dall’UE per lo stop alla vendita di motori termici – non è più scolpito nella pietra. Proprio in questi mesi del 2026 si gioca la partita decisiva della clausola di revisione.

La Commissione Europea, pressata dai dati economici negativi del settore, sta aprendo a una visione basata sulla “neutralità tecnologica“. Ed in realtà, oltre alla nuova clausola di revisione, già erano previste delle eccezioni allo stop incondizionato per diesel e benzina.

Non più solo elettrico puro ma spazio ai carburanti alternativi: e-fuels (sostenuti dalla Germania) e biocarburanti (cavallo di battaglia dell’Italia). Se questa apertura verrà confermata, i motori a combustione interna potrebbero sopravvivere ben oltre il 2035, purché alimentati con carburanti a impatto zero. Un assist formidabile per la filiera della componentistica italiana, leader mondiale nella meccanica di precisione, che con l’elettrico puro rischiava l’azzeramento.

L’impatto sulla filiera italiana

Per l’indotto italiano, composto da migliaia di PMI che producono valvole, pistoni e pompe, questa frenata è una boccata d’ossigeno, ma avvelenata dall’incertezza. Nessuno sa su quale cavallo puntare: continuare a investire sull’elettrico che non decolla o tornare a ottimizzare il motore termico?

La vera sfida non è più tecnologica ma di tenuta sociale. Se i grandi gruppi come Stellantis spostano gli investimenti o li congelano in attesa di capire le regole del gioco, a pagare sono i fornitori di secondo e terzo livello.

Non più solo elettrico puro, ma spazio ai carburanti alternativi. Da qui conviene partire per capire cosa aspettarsi e come converrà muoversi tra i prossimi contributi pubblici che cercano di tamponare la crisi (tra eco-incentivi statali 2026) e le linee guida UE che premiano la micro-mobilità elettrica come via di compromesso tra vecchio e nuovo corso.