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Dazi: la linea dura contro Trump converrebbe di più

di Barbara Weisz

17 Luglio 2025 16:46

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Gli accordi sui dazi tra USA, Gran Bretagna e Cina offrono modelli operativi per anticipare le mosse di Trump nel negoziato con la UE: l'analisi di Moreno Bertoldi e Marco Buti (ISPI).

Il negoziato fra Unione Europea e Stati Uniti sui dazi entra nella fase cruciale, entro il primo agosto va trovata un’intesa che eviti l’aumento delle tariffe sulle importazioni negli Usa dal 10 al 30%. L’Europa prosegue nella linea fin qui tracciata, che privilegia la trattativa per raggiungere un’intesa ma non esclude eventuali contromisure, al lavoro un tavolo tecnico che punta a raggiungere un accordo definitivo con la Casa Bianca.

In questo contesto, proponiamo un’analisi di due economisti dell’ISPI (istituto per gli studi di politica internazionale) Moreno Bertoldi (Senior Associate Research Fellow) e Marco Buti (docente di Integrazione economica e monetaria presso l’Istituto Universitario Europeo), secondo i quali la linea migliore è quella della fermezza.

Gli accordi USA con Gran Bretagna e Cina

Il ragionamento parte da una serie di considerazioni relativi ai due accordi che l’amministrazione di Donald Trump ha concluso con la Gran Bretagna e con la Cina. Secondo Bertoldi e Buti, dopo il Liberation Day del 2 aprile scorso, giorno in cui il presidente Trump ha annunciato i dazi reciproci verso praticamente tutte le economie mondiali, la Casa Bianca aveva in realtà bisogno di siglare almeno un accordo forte che dimostrasse il successo dell’aggressiva strategia commerciale intrapresa. «Questo accordo avrebbe potuto quindi essere utilizzato come modello per affrontare un blocco economico (l’UE) che – almeno potenzialmente – ha una capacità significativa di resistere ai diktat americani». Alla fine, l’intesa è arrivata con il Regno Unito.

Con la Cina il discorso è diverso. Dopo il 2 aprile c’è stata un’escalation che ha portato le tariffe USA al 145%, a cui Pechino ha risposto alzando barriere all’importazione al 125%. L’accordo «indica che esiste una “soglia del dolore” anche con Trump II. Con l’accordo del 12 maggio, la Cina ha ottenuto condizioni significativamente migliori di quanto la maggior parte degli osservatori si aspettasse». La posizione di Washington è risultata indebolita dall’impatto dei dazi sull’economia nazionale e sui mercati finanziari, e questo fattore è stato determinante per trattare con la Cina.

Questo, segnalano Bertoldi e Buti, «è un fattore che i negoziatori dell’UE dovrebbero usare come leva per ottenere un accordo accettabile. Gli Stati Uniti sono vulnerabili a turbolenze finanziarie prolungate e, a causa di ciò, negli ultimi due mesi hanno dovuto fare marcia indietro ripetutamente. Pertanto, se gli Stati Uniti dovessero persistere con richieste irragionevoli e tariffe inaccettabilmente elevate, l’UE non dovrebbe aver paura di reagire: poche settimane di forte turbolenza possono essere preferibili a un cattivo accordo, che sarebbe molto difficile da modificare o revocare in futuro».

Il nodo del dazio base

L’analisi, proposta in realtà prima del rinvio della scadenza sui dazi al primo agosto, suggerisce quindi in prima battuta di rispondere a un eventuale esito negativo della trattativa alzando i dazi e, perché no applicando anche lo strumento anticoercizione previsto dai trattati che consente di ampliare le restrizioni verso un paese, ad esempio intervenendo anche su investimenti, misure fiscali, appalti.

I vantaggi della linea dura

Un’altra evidenza riguarda la messa a fuoco della strategia americana. Gli Stati Uniti hanno sostanzialmente affermato la necessità di un dazio di base, attualmente fissato al 10%, e con gli accordi conclusi fino a oggi hanno manifestato aperture nei confronti dei dazi settoriali, ad esempio esentando determinate quote di esportazioni: la Gran Bretagna è soggetta come tutti i paesi al dazio del 25% sull’auto, dal quale però è esclusa una determinata quota di esportazioni, che tendenzialmente corrisponde all’export totale di auto verso l’altra sponda dell’Atlantico.

Attenzione: questo non significa che l’Europa debba trattare dando per scontato un dazio base del 10%. Anzi, dovrebbe cercare di spuntare condizioni migliori, accettando comunque l’applicazione di una tariffa base magari più bassa, e contrattando condizioni più vantaggiose per i dazi settoriali, avvicinandoli a quello base. Sarebbe, fra l’altro, un forte risultato anche a livello internazionale, perché rappresenterebbe un punto di riferimento per ridurre il dazio base anche verso altri paesi.

La terza considerazione riguarda in qualche modo la strategia da adottare nella trattativa. Come detto, linea ferma, senza fare concessioni unilaterali o affrettate, ma solo a fronte di contropartite adeguate. «In definitiva – conclude l’analisi ISPI -, sarebbe un errore pensare che l’UE possa ricostruire i suoi buoni rapporti economici con gli Stati Uniti, in passato, accontentando Trump». Meglio, eventualmente, accettare il rischio di una nuova escalation, facendo scattare contro dazi e strumento anticoercizione, anche puntando sul fatto che gli Stati Uniti per primi non possono permettersi eccessive turbolenze economiche e finanziarie.

Ricordiamo in estrema sintesi che al momento nei confronti dell’Europa c’è un dazio base al 10% fino al primo agosto, giorno dal quale in mancanza di un accordo la tariffa salirebbe al 30%. Restano i dazi settoriali decisi dagli USA verso tutti i paesi, ovvero il 50% su acciaio e alluminio e il 25% su auto e componentistica.