Imprese: meno fallimenti, più chiusure

Fallimenti in calo ma sempre doppi rispetto al periodo pre-crisi, aumentano invece le chiusure volontarie, segno di scarsa fiducia degli imprenditori: dati Cerved.

Il 2016 ha visto diminuire il numero di fallimenti imprese, ma rispetto al periodo pre-crisi il livello resta doppio, mentre sono aumentate le aziende che chiudono i battenti volontariamente. Sono i dati Cerved relativi al terzo trimestre dell’anno, che misurano una diminuzione di fallimenti e procedure concorsuali (5,9% in termini congiunturali e 13,8% tendenziale) ma un incremento di procedure di liquidazione volontaria: 5,9% rispetto al trimestre precedente, 17,2% rispetto all’analogo periodo del 2015. In numeri assoluti, il periodo luglio-settembre ha visto circa 14mila chiusure volontarie e 2.600 fallimenti.

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Fallimenti

Per quanto riguarda i fallimenti, il calo riguarda quasi tutte le Regioni italiane, con l’eccezione di Trentino Aldo Adige, Toscana, Sicilia, e soprattutto Sardegna, dove l’aumento è pari al 43,8%. In tutto, sono circa 10mila le imprese fallite nei primi nove mesi 2016, in relazione a tutte le tipologie di impresa, partendo da società di persone, -6,4%, e di capitale, -6,3%.

fallimenti

«Il calo dei default osservato tra luglio e settembre è il segno di un sistema di piccole e medie imprese più solido, che sta lentamente tornando verso una situazione di normalità – commenta Marco Nespolo, Ad Cerved -. L’aumento di liquidazioni è però un dato da non sottovalutare: segnala aspettative di profitto in calo da parte degli imprenditori, con potenziali effetti negativi anche sugli investimenti e sulla crescita futura».

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Chiusure

Il settore di gran lunga più interessato dalle chiusure è quello dei Servizi, con circa 15mila imprese che hanno lasciato il mercato nei primi nove mesi dell’anno, contro le circa 3mila aziende di costruzioni e quasi 2mila imprese industriali: quest’ultimo comparto è l’unico a segnare una diminuzione rispetto al 2015.

Tipicamente, segnala Cerved, gli imprenditori scelgono di liquidare le proprie aziende quando considerano il flusso dei profitti attesi non sufficienti a mantenere attiva l’impresa: l’aumento delle procedure, quindi, non segna un peggioramento della condizione economico-finanziaria delle imprese ma un segnale di aspettative meno positive.

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