Google al servizio delle PMI italiane

di Alessandro Longo

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Il business delle PMI passa attraverso le risorse offerte da Google per promuovere l’innovazione digitale: se ne parla con Diego Ciulli, responsabile Google Italia.

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accompagnerà le PMI italiane verso l’innovazione digitale attraverso una serie di iniziative, tra cui la concessione di borse di studio per i giovani che si impegnano a incentivare la digitalizzazione delle imprese e la promozione di 50 eventi sul territorio. Le aziende nazionali sono anche fortemente incoraggiate ad adeguarsi al Mobilegeddon, il nuovo algoritmo Google. Secondo Diego Ciulli, responsabile di questi temi presso Google Italia:

«Sta prendendo forma un modo italiano di fare business in rete. E il mobile è un tassello centrale».

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Ciulli, perché tutta questa attenzione di Google per le PMI italiane?

«Sono rimasto colpito da un dato rilevato dalla Commissione Europea. Il 40% degli imprenditori italiani non è interessato a Internet. Il nostro scopo è quindi aiutarli a capire in che modo Internet può essere utile a loro. Non ci sono aziende che non abbiano bisogno di una presenza online e chi ce l’ha fattura di più, anche con un impatto positivo sull’occupazione giovanile. Ogni aumento del 10% della diffusione di Internet nelle imprese fa crescere l’occupazione giovanile dell’1,47%, secondo London School of Economics».

L’anno scorso l’abbiamo intervistata su questi temi. In un anno ha cominciato a muoversi qualcosa?

«Sì. Le PMI cominciano a chiedere questo aiuto per fare business in rete. Tieni conto che mi occupo da tre anni di questi temi. Siamo passati da una fase di diffidenza verso Internet a una in cui gli imprenditori devono passare dal ruolo di semplice utente a quello in cui utilizzano i nuovi strumenti per il proprio business.  È su forte richiesta delle aziende che abbiamo lanciato, il 20 aprile, con Unioncamere 128 borse di studio. Giovani laureandi, neolaureati e diplomati potranno seguire un percorso di formazione sul digitale e, per un periodo di nove mesi, lavorare a stretto contatto con le imprese del territorio. L’anno scorso le borse di studio erano cento e il periodo era di sei mesi: le aziende ci hanno chiesto di estendere il nostro impegno».

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E quali altre attività avete in serbo?

«Uno di cui finora non abbiamo parlato è la recentissima partnership con CNR (Registro.it), CNA (Confederazione Nazionale Artigianato), Amazon, Seat Pagine Gialle per fare una cinquantina di eventi dove racconteremo l’utilità di Internet e organizzeremo incontri tra piccole imprese non digitali e loro analoghi già digitali.»

Come si svolgeranno?

«Il primo c’è già stato: a Ravenna, il 14 aprile. Ci saranno altri eventi sul territorio, con lo stesso format: c’è una prima parte di visione, per raccontare l’importanza di Internet alle aziende, e un’altra dove avviene lo scambio di competenze».

Ma visto che le cose si stanno muovendo nella direzione giusta, sta già prendendo forma un modo tutto italiano di fare business in rete?

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«Assolutamente sì. Prima ci chiedevano come si fa a portare la Silicon Valley in Toscana (o in altre regioni). Adesso ci chiedono come portare il Made in Italy in rete. Ma in questo siamo ancora nella fase dei pionieri e dei casi di successo».

E da qui come possiamo andare avanti?

«Per prima cosa bisogna raccontare questi casi di successo, così gli imprenditori potranno emularli. Seconda cosa, deve essere resa più semplice la vendita online e qui Google può avere un ruolo da abilitatore. Terzo, serve un cambio generazionale nelle imprese: i giovani hanno già un ruolo di digitalizzazione in Italia, ma non ancora forte abbastanza. A questo scopo servirebbero politiche pubbliche di inserimento professionale dei giovani».

Questi sono i giorni del Mobilegeddon. Certo alcune PMI temono ora di essere costrette a investire sui propri siti per adattarli al mobile e non “scomparire” dalle ricerche. Che cosa potete dire a queste aziende?

«Che è un passo inevitabile per fare business online, dato che naviga in mobilità il 70% degli utenti italiani. Ma non solo: adeguarsi è importante soprattutto per le aziende del Made in Italy. Ti faccio un esempio: un gioielliere artigiano di Firenze, pressato dalla forte concorrenza, decide di fare un sito. Qui, sotto ogni immagine, ha dovuto dare un nome a ogni gioiello, solo perché la piattaforma glielo imponeva. Anche se lui non aveva mai chiamato per nome i propri gioielli. Ma da allora hanno cominciato a entrare turisti stranieri chiedendo di modelli specifici. Significa che avevano fatto una ricerca via smartphone, nonostante si trovassero già in una via piena di gioiellerie».