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Rete fissa Telecom, la rivoluzione AgCom

di Alessandro Longo

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La riduzione dei costi di accesso alla rete Telecom imposta dall'AgCom semplifica la vita agli operatori alternativi ma potrebbe mettere a rischio gli investimenti già avviati nella nuova rete in fibra, con grave impatto occupazionale.

L’uomo della strada non l’ha notato, ma con il cambio del Consiglio AgCom per Telecom Italia c’è stato un crescendo di brutte notizie, culminate l’11 luglio 2013 con la decisione di tagliare i costi per unbundling (a 8,68 euro al mese, dai precedenti 9,25) e bitstream (a 15,14 euro al mese, ossia -22%).

Termini che possono risultare oscuri ma che riguardano le modalità di accesso (utilizzo) da parte degli altri operatori alla rete Telecom.

In breve, sono il termometro del suo valore: è come se AgCom l’avesse deprezzata di 110 milioni di euro (secondo stime annuali dello stesso operatore). E, prima ancora, l’Autorità aveva addirittura dimezzato i costi della banda di Telecom (già, dimezzato).

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Una misura inaudita nella storia dell’Authority e coincisa con il “cambio gestione” della stessa. Stavolta Telecom si è “arrabbiata” e ha scritto una nota in cui velatamente allude a licenziamenti e a de-investimenti nella nuova rete in fibra come conseguenza della decisione AgCom: così la interpreta Stefano Quintarelli (leggi), parlamentare Scelta Civica e storico esperto di internet.

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L’ultima parola spetta all’Europa, comunque, e molto prima della fine dell’anno; e comunque difficilmente potrà modificare i prezzi in modo sostanziale.

E il motivo è che la scelta di AgCom non è politica, non è discrezionale, basata su calcoli oggettivi difficilmente controvertibili.

Quanto gli operatori pagano l’accesso alla rete deve riflettere quanto in effetti Telecom spende per gestirla. Di più: AgCom è stata obbligata verso questa direzione da sentenze del Consiglio di Stato poco note (es.: leggi qui), che hanno annullato decisioni del precedente Consiglio dell’Authority e hanno chiesto di correggere i prezzi di unbundling e bitstream.

In particolare per l’unbundling, hanno chiesto di considerare che Telecom paga ai manutentori una tariffa flat e quindi spende per la manutenzione meno di quanto calcolato in precedenza dall’AgCom. Ne consegue una cosa semplicissima: finora gli operatori alternativi avrebbero pagato più del dovuto. Altrimenti non ci sarebbe stato questo gradino, questi sconti enormi: il costo della rete non scende di colpo in un anno.

L’alternativa, in questo ragionamento logico, è che Agcom sbaglia i calcoli. Ma non ci sono per ora elementi per affermarlo. Né è questo il senso delle proteste di Telecom, che piuttosto le chiede di tenere conto della stagione degli investimenti nella nuova rete, dell’impatto occupazionale.

Insomma, tariffe più alte – anche non giustificate dai calcoli che l’Agcom è tenuta a fare in base alle norme – per non creare scompensi nei piani di investimento già avviati e per evitare ricadute negative in termini di posti di lavoro.

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Ma il vento è cambiato e il nuovo Consiglio dell’Autorità non sembra per niente disposto a seguire questa logica. Le conseguenze le vedremo presto: Telecom Italia dovrà rinunciare a ricavi. E forse solo lo scorporo della rete potrebbe cambiare il percorso, ormai, che l’Authority ha imboccato.

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