Nel 2025 la dipendenza delle imprese dai sistemi digitali è diventata totale: ERP, CRM, e-commerce, pagamenti, produzione, logistica e assistenza clienti vengono gestiti da infrastrutture IT che, se interrotte, bloccano attività e ricavi. In questo scenario, guasti, errori umani, eventi fisici (allagamenti, incendi, blackout) e attacchi informatici possono trasformarsi in fermi operativi. Per questo la continuità del business deve essere presidiata con strumenti e competenze aggiornate, soprattutto su sicurezza e gestione dell’infrastruttura.
- Che cos’è il disaster recovery in cloud
- Disaster recovery e backup: le differenze che contano
- I vantaggi del modello cloud rispetto alle soluzioni tradizionali
- Perché il disaster recovery in cloud è decisivo per le imprese
- La check list prima di adottare un piano di disaster recovery in cloud
- Rimanere aggiornati fa parte della continuità
- Una scelta che incide sulla capacità di ripartire
Che cos’è il disaster recovery in cloud
Con “disaster recovery in cloud” viene indicato un insieme di strategie, procedure e tecnologie che consentono il ripristino di sistemi e dati su infrastruttura cloud dopo un incidente. Non si tratta di un semplice backup: un piano di disaster recovery include anche come e in quanto tempo applicazioni, servizi e ambienti vengono riportati operativi, con ruoli, priorità e test periodici. In genere, il funzionamento viene basato su questi elementi chiave:
- replica dei dati e/o delle macchine/servizi su ambiente cloud (continuativa o a intervalli definiti);
- procedure di failover (passaggio all’ambiente di emergenza) e failback (rientro in produzione);
- runbook e automazioni per ridurre passaggi manuali e tempi di ripristino;
- monitoraggio, logging e verifiche per garantire coerenza dei dati e integrità degli ambienti;
- test pianificati per validare che il ripristino funzioni realmente in condizioni controllate.
Disaster recovery e backup: le differenze che contano
Il backup viene utilizzato per conservare copie dei dati e renderle recuperabili. Il disaster recovery, invece, viene costruito per ripristinare servizi e operatività e non solo file. In altre parole, dal backup si “recupera” mentre dal disaster recovery si “riparte”. Per distinguere correttamente le due logiche, si ricorre pertanto a due parametri distinti:
- RPO (Recovery Point Objective): quanta perdita di dati viene accettata (es. minuti/ore di dati non replicati);
- RTO (Recovery Time Objective): in quanto tempo il servizio deve tornare disponibile.
Se un’azienda ha bisogno di ripartire in tempi stretti e con perdita minima di dati, il backup da solo può non bastare: un piano DR viene progettato proprio su RPO e RTO, con priorità diverse per sistemi critici e non critici.
I vantaggi del modello cloud rispetto alle soluzioni tradizionali
Nelle soluzioni tradizionali, il disaster recovery viene spesso basato su un secondo data center fisico (o su infrastrutture ridondate) mantenute dall’impresa, con costi elevati, capacità dimensionata “in anticipo” e complessità di gestione. Nel cloud il modello viene ribaltato: capacità, storage e risorse vengono rese disponibili “a consumo”, e l’ambiente di ripristino può essere attivato quando serve. I vantaggi più evidenti?
- minori investimenti iniziali (meno hardware dedicato e minori costi di provisioning);
- scalabilità: risorse di ripristino che possono essere adattate al carico effettivo;
- maggiore automazione dei processi di ripartenza;
- semplificazione della gestione multi-sede, utile per imprese con filiali o ambienti distribuiti.
Perché il disaster recovery in cloud è decisivo per le imprese
Un fermo IT non produce solo un disservizio: vengono impattati ordini, fatturazione, supply chain, customer care e reputazione. Con un disaster recovery in cloud il tempo di inattività può essere ridotto perché un ambiente alternativo viene mantenuto pronto (o predisposto per essere avviato rapidamente) e perché le procedure di ripristino vengono standardizzate.
Riduzione dei tempi di inattività
Se il ripristino viene automatizzato e testato, i tempi di rientro possono essere ridotti rispetto a procedure manuali. Questo vale soprattutto per ambienti virtualizzati e applicazioni critiche, dove la ripartenza viene orchestrata con dipendenze e priorità definite.
Protezione dei dati e continuità operativa
La replica su cloud, se correttamente configurata, consente di contenere la perdita di dati entro l’RPO stabilito. Inoltre, con retention e versioning, viene ridotto il rischio che un problema (ad esempio cifratura malevola) si propaghi alle copie di sicurezza.
Flessibilità e resilienza
Un sistema di disaster recovery in cloud viene adattato più facilmente a variazioni di infrastruttura (migrazioni, nuove applicazioni, acquisizioni) e supporta scenari ibridi. La resilienza complessiva viene aumentata perché dipendenze, responsabilità e procedure vengono rese misurabili e verificabili.
Ottimizzazione dei costi
Il secondo data center “sempre acceso” viene spesso sostituito da un modello a consumo, dove vengono pagate principalmente le risorse di storage/replica e l’eventuale attivazione del ripristino. Anche i test possono essere eseguiti con ambienti temporanei, evitando sprechi strutturali.
La check list prima di adottare un piano di disaster recovery in cloud
Per evitare che il sistema di disaster recovery resti un documento teorico, devono essere definite una serie di azioni prima della messa in esercizio del progetto di implementazione e sopratutto prima ancora dell’investiment0:
- mappatura delle applicazioni critiche e delle dipendenze (cosa deve ripartire per primo);
- definizione di RPO/RTO realistici per ciascun servizio;
- scelta tra replica a livello di macchina, database o applicazione;
- piano di test (frequenza, indicatori di esito, evidenze da conservare);
- gestione delle credenziali e dei privilegi in emergenza (accessi e auditing);
- integrazione con le misure di sicurezza (segmentazione, logging, alerting, copie “immutabili” dove previste).
Rimanere aggiornati fa parte della continuità
Una volta adottato un sistema di disaster recovery in cloud, la continuità operativa non viene però garantita una volta per tutte: infrastrutture, minacce e regole evolvono. Per questo l’aggiornamento costante su cloud, sicurezza e best practice di gestione IT viene considerato parte del presidio. In questo contesto, contenuti informativi periodici — come una newsletter dedicata — possono supportare decisioni più consapevoli, soprattutto quando un’azienda deve adeguare policy, architetture e procedure interne. Un valido esempio può essere la Newsletter di TeamSystem dedicata all’argomento
Una scelta che incide sulla capacità di ripartire
In ultima analisi, un piano di disaster recovery in cloud non elimina il rischio di incidenti ma viene progettato per limitarne gli effetti e riportare l’operatività entro tempi definiti, con il miglior rapporto costi/benefici.
Per le imprese, anche e soprattutto le PMI, il punto non è tanto “se” un problema accadrà ma “quanto” impatterà: con un servizio di disaster recovery ben costruito, testato e aggiornato, l’interruzione potrà essere gestita senza trasformarsi in una crisi prolungata.