Gli effetti della crisi sui viaggi d’affari

di Simona Tenentini

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Da un rapporto commissionato all'Intelligence Unit dell'Economist emergono profondi cambiamenti nella tipologia dei viaggi aziendali: più brevi e meno frequenti

È ormai finita anche per i manager l’era del lusso e delle spese eccessive. La crisi, con le sue privazioni e i conseguenti disagi, ha spazzato via in un attimo l’immagine stereotipata del dirigente scialacquone e dalle mani bucate. Il colpo di coda di questa morigeratezza si risente soprattutto nel settore in cui il manager risulta da sempre più avvezzo alle spese: quello dei viaggi.

Che siano per lavoro o per puro divertimento, non sono più sicuramente quelli di un tempo. Bando al superfluo e all’ostentazione per una maggiore ricerca del necessario e dell’efficienza nei servizi. Il quadro che emerge dal rapporto commissionato da Amadeus, società leader nella fornitura del business travel, all’Intelligence Unit di The Economist, svela un viaggiatore d’affari all’insegna dell’austerità. Innanzitutto si è verificato un cambiamento proprio nella tipologia dei viaggi d’affari: nel 2009, infatti, saranno più brevi, meno costosi ed in numero più limitato. In secondo luogo variano anche le loro peculiari caratteristiche: banditi gli extra di lusso si prediligono servizi efficienti e di buon livello: su 354 manager che hanno partecipato all’indagine in Asia, Europa e Nord America un quinto ritiene più necessaria la connessione Internet rispetto a una camera tranquilla.

«Stiamo entrando in un periodo di ristrettezze per quanto riguarda i viaggi d’affari», commenta Antoine Medawar, Managing Director di Amadeus Hospitality Business Group. «Chi viaggia per affari si sente gli occhi degli azionisti ed della loro stessa azienda puntati addosso, ed è pertanto attento a rendere ogni viaggio d’affari il più proficuo possibile. Dimenticate palestre, Spa e ristoranti lussuosi ci si concentra sull’efficienza di check-in e check-out e della connessione Internet. Un buon collegamento WiFi è ora più importante di ogni altro lusso. È diffuso il ricorso a catene alberghiere affidabili con l’aspettativa di trovare gli stessi servizi di buon livello in qualsiasi parte del mondo».

Si riduce anche il numero dei viaggi: il 47% dei manager presi in esame ne farà di meno ed oltre un quarto (28%) sceglierà hotel di categoria inferiore a 4 e 5 stelle preferibilmente con un marchio affidabile ed una qualità di servizio ovunque uniforme. Le aziende ovviamente sfrutteranno gli effetti della crisi per ottenere dagli hotel le migliori tariffe. Tra i servizi considerati irrinunciabili, il 76% degli intervistati ha affermato che la connessione Internet è più indispensabile di una camera silenziosa (56%), di una buona rete di trasporti (54%) o di una posizione centrale (52%).
L’efficienza di check-in e check-out (64%), la flessibilità nei cambiamenti (68%) e la rapida risoluzione dei problemi (59%) sono infine elencati come i migliori parametri per giudicare un buon livello di servizio.

«È chiaro che le aspettative dei viaggiatori d’affari stanno cambiando», afferma Bill Ridgers, chief analyst per i viaggi e il turismo alla Intelligence Unit di The Economist. «La pressione economica esige che i manager diano meno importanza al lusso e si concentrino invece sulla qualità dei servizi di base. In un clima di crescenti pressioni su tempistiche ristrette, attenzione alla sicurezza e maggiore burocrazia – in un momento in cui il viaggio di lavoro sembra essere considerato, a volte, un compito gravoso – forse il risultato più incoraggiante del sondaggio è quello che evidenzia che per i manager viaggiare per lavoro è ancora piacevole e percepito come un vantaggio».

Il rapporto completo commissionato all’Economist, dal titolo italiano “Il viaggiatore accorto – l’effetto dei tagli aziendali sugli hotel”, può essere scaricato a questo indirizzo.

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