10 domande a… Paolo Cacciato

di Roberto Rais

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Proseguiamo le nostre interviste a giovani manager italiani. Oggi è la volta di Paolo Cacciato (Asian Studies Group)

Cosa vuol dire per te “essere un manager”?

Per prima cosa sentirsi coinvolto in prima linea, a titolo personale, sia a livello professionale che nel coinvolgimento emotivo e sociale. Ogni business ha un substrato strategico che affonda radici in elementi culturali e relazionali. Sono fermamente convinto che il successo di un progetto risieda nel livello di coinvolgimento non solo strutturale ma anche di fiducia e cooperazione diretta con cui il professionista intesse la propria prestazione.

Quali caratteristiche dovrebbe avere un buon manager?

Penso prima di tutto equilibrio e “consapevolezza dei confini negoziali”, non solo in termini commerciali ma anche culturali. Occupandomi di Asia espongo soprattutto a livello professionale la mia formazione da sinologo e nippologo e trovo che queste siano strumenti dalla specificità molto importante.

Come è organizzata la tua giornata lavorativa?

Costruisco la mia giornata lavorativa principalmente sulla ricerca e formazione personale oltre che sul business. Il mattino è freneticamente dedicato alla valorizzazione della comunicazione commerciale con Cina e Giappone; per questioni di fuso sono operativo a volte già alle 7.30 da casa, e in una pausa fra una conference call e l’altra mi dedico alla lettura dei quotidiani e delle notizie soprattutto su testate straniere. Poter leggere il giapponese e il cinese aiuta molto. A tarda mattina corro in ufficio e mi preparo alle riunioni del pomeriggio con clienti. Quasi ogni sera fornisco allo staff il programma lavorativo della mattina successiva. Spesso dopo cena programmo le trasferte presso società clienti e mi rilasso leggendo e programmando alcune docenze per programmi di orientamento che svolgo in alcuni licei.

Quale è stata la tua carriera formativa? I tuoi studi ti hanno agevolato nell’attuale lavoro?

Mi sono diplomato a pieni voti in maturità classica. Sono da sempre stato un fervente appassionato di lettere e filosofia e avrei voluto laurearmi in letteratura italiana contemporanea ma lo spirito di curiosità e di sfida personale mi ha spinto ad affrontare studi di carattere più tecnico/linguistico. Mi sono laureato a pieni voti con lode in mediazione linguistica e culturale presso l’Università degli Studi di Milano, in lingua giapponese e cinese. Già all’età di 20 anni ho iniziato i primi viaggi studio a Tokyo. Lavorai come corrispondente in Giappone per Corriere Asia, web magazine di settore con sede a Hong Kong che ora coordino a livello editoriale. Dopo due corsi di perfezionamento linguistico post laurea ho affrontato un business training dal forte impatto professionale a Shanghai, presso Greatway Advisory, società specializzata in company law in Cina, con cui tra l’altro ora collaboro. Il mondo del lavoro mi ha inghiottito subito ma ha sensazionalmente affinato quanto studiato. Ho poi proseguito con un biennio di specializzazione sempre presso l’Università degli Studi di Milano e ora mi appresto ad ottenere la Laurea Magistrale. Ho effettuato questo percorso post laurea lavorando in una dimensione molto più faticosa ma realmente gratificante.

Quali sono gli obiettivi della tua organizzazione?

L’obiettivo di lavorare nel sottile confine comunicativo e negoziale con Cina e Giappone è da sempre stato il mio interesse. Da due anni coordino un progetto personale denominato Asian Studies Group, associazione di promozione sociale che valorizza programmi di formazione specialistica, mediazione e comunicazione con l’Asia orientale. Abbiamo sede principale in centro a Milano e desk in Shanghai e Tokyo. Siamo una squadra giovane e appassionata. Vantiamo solo su Milano quasi cinquanta studenti di lingue orientali e collaborazione con enti e istituti per programmi di formazione e ricerca. Siamo un ente no profit che valorizza il proprio business network per i servizi alle imprese. Il mio prossimo progetto è di organizzare al meglio l’attività diretta del nostro staff su Cina e Giappone valorizzando programmi di training concreto per studenti e giovani professionisti proiettati sul mio stesso ambito lavorativo.

Che valutazioni puoi dare del settore nel quale opera la tua organizzazione? Vedi margini di crescita?

Operando sul ramo della mediazione e comunicazione finalizzata a programmi di formazione per privati e internazionalizzazione per le imprese al di là dello specifico ambito di riferimento/produttivo ho constatato in due anni di lavoro grandi margini di crescita. Attualmente siamo in 10 persone a lavorare in questo progetto da Milano più collaboratori dall’Asia. Il network è in continua crescita. Sono assolutamente ottimista.

Quali sono gli strumenti quotidiani che utilizzi nel tuo lavoro?

Sono assolutamente fan del blackberry (meno dell’iPhone). Uso più la posta elettronica degli sms che praticamente non mando quasi più. Vivo perennemente collegato alla rete al di là del luogo in cui mi trovi. Sono sempre online collegato su skype sia da macbook che da blackberry. Sono un sostenitore dei socialnetwork se valorizzati in ottica virtuosa ed ad alto contenuto relazionale. In fondo da che mondo e mondo ogni società ha avuto la sua “piazza”, il suo “foro”… che la si chiami agorà facendo riferimento alla società della polis greca o facebook credo che poco cambi. È l’approccio e la sensibilità con cui ci si accosta a questa dimensione coreutica che gioca il suo peso.

Quali sono i principali errori commessi in passato nello sviluppo della tua organizzazione?

Sicuramente l’errore più frequente che commetto è quello di sopravvalutare lo spirito di coesione professionale fra managers e colleghi. Diciamo che pretendendo tanto da me stesso a volte concepisco in una dimensione assolutamente dovuta il fatto che anche gli altri si prestino a lavorare in una dimensione di coinvolgimento professionale ed emotivo, a ritmi sostenuti e in dimensione rigorosa. A volte quindi dimentico che non tutti amano il lavoro che fanno… o probabilmente non tutti nascono coordinatori di sè stessi e di altri.

Cosa senti di dire a chi vuole intraprendere un percorso come il tuo?

Di partire dalla consapevolezza che una laurea, un post laurea, corsi di perfezionamento non “completano” mai un manager e che non si finisce mai di imparare, confrontarsi e ricredersi. Il mondo del business corre veloce. Non bisogna temere di affrontarlo anche se giovanissimi. L’importante è non presentarsi mai in una dimensione “costruita” senza sostanza…

Uno sguardo al futuro: cosa vedi?

Spero di avvertire più sensibilità da parte di certi rami dell’imprenditoria nei confronti delle nuove classi manageriali. Spesso mi sono dovuto scontrare con luoghi comuni in merito alla mia giovane età anche in mancanza di “raccomandazioni” del caso. Non sono figlio di professionisti o industriali e la strada non è stata in discesa in termini di referenza. Spero in futuro si lasci la possibilità ai giovani di dimostrare le referenze concrete di un curriculum professionale costruito sul posto. Alcuni anni fa, poco prima della laurea un professionista con cui lavoravo mi disse: Paolo non conta l’età ma le migliaia di km che stai affrontando con spirito consapevole nel confronto continuo con Cina e Giappone… ora comincio a capire realmente cosa intendeva.

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