La casa dello scandalo, Scajola si dimette

di Barbara Weisz

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Il ministro delle Attività Produttive lascia l'incarico, dopo le accuse nell'ambito dell'inchiesta di Perugia sulle grandi opere. Non è indagato

«Devo difendermi, non posso continuare a fare il ministro». Il titolare dello Sviluppo Economico Claudio Scajola ha annunciato le proprie dimissioni dall’incarico ai vertici del dicastero, travolto dallo scandalo legato all’acquisto del suo appartamento romano, nell’ambito dell’inchiesta di Perugia sugli appalti per le grandi opere.

«Non sono indagato», ha precisato il ministro dimissionario. Il capo della Procura, Federico Centrone, ha confermato, dicendo che Scajola il prossimo 14 maggio sarà sentito come persona informata dei fatti. E adesso si apre il toto nomine sul successore. Si parla di un interim dello stesso premier, di un incarico al viceministro, Paolo Romani, mentre la Lega non nasconde le proprie mire al dicastero. 

«Sto vivendo da dieci giorni una situazione di grande sofferenza», ha spiegato Scajola. «Sono convinto di essere estraneo alla vicenda e la mia estraneità sarà dimostrata. Ma è altrettanto certo che, siccome considero la politica un’arte nobile, con la P maiuscola, per esercitarla bisogna avere le carte in regola e non avere sospetti». E ancora: «un ministro non può sospettare di abitare in una casa in parte pagata da altri». Quindi, «se dovessi acclarare che la mia abitazione fosse stata pagata da altri senza saperne il motivo, il tornaconto e l’interesse, i miei legali eserciterebbero le azioni necessarie per annullare il contratto».

L’acquisto dell’appartamento in cui abita è al centro della vicenda giudiziaria. L’immobile, 180 metri quadrati con vista sul Colosseo, secondo l’accusa è stato pagato in parte, per un totale di 900mila euro, con soldi del costruttore Pietro Anemone. L’operazione è del 2004. Dall’atto notarile, risulta che l’appartamento sarebbe costato 610mila euro, mentre dall’inchiesta emerge che in realtà sarebbe stato pagato molto di più (1,7 miliardi, secondo quanto hanno dichiarato ai magistrati le sorelle Papa, che hanno venduto la casa). E per pagarlo, sarebbero stati usati 900mila euro riconducibili ad Anemone (attraverso 80 assegni circolari emessi dall’architetto Angelo Zampolini).

Fondi neri, secondo gli inquirenti, che derivano da reati contro la pubblica amministrazione. L’indagine è quella sul giro di appalti per una serie di grandi opere, legate al G8 della Maddalena, ai mondiali di Nuoto, alle celebrazioni per l’unità d’Italia. Anemone nega di aver pagato, ma sia le proprietarie dell’appartamento che Zampolini invece confermano i dettagli della transazione. L’inchiesta sulle grandi opere ha portato in carcere oltre ad Anemone, il costruttore Angelo Balducci, Mauro Della Giovampaola e Fabio De Santis.

Immediate le reazini politiche: «Direi proprio che è la scelta giusta», ha dichiarato il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, secondo il quale le cose che Scajola ha detto fin qui per difendersi dalle accuse «non sono convincenti per nessuno». Un «gesto tardivo e dovuto» per l’Italia dei Valori, che chiede che il governo ora risponda in parlamento della vicenda. La maggioranza fa invece quadrato intorno al ministro dimissionario, difendendolo e definiendolo vittima di una campagna mediatica.

Ma intanto, si apre il capitolo successione. Il viceministro Romani rifiuta di commentare le ipotesi che lo vogliono fra i candidati possibili. Il segretario provinciale della Lega Matteo Salvini spiega che «è presto per fare ipotesi», ma aggiunge che «la Lega avrebbe gli uomini e le donne giuste, esperti di azienda e di attività produttive, in grado di portare avanti il ministero». Il ministro delle Politiche agricole Giancarlo Galan, il cui nome è spuntato nella rosa dei papabili, smentisce parlando di «notizie assolutamente infondate».

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