Cina, alla Foxconn aumenti anti suicidio

di Barbara Weisz

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È l'ultima decisione dell'azienda taiwanese nei cui stabilimenti nel sud della Cina si sono uccise dieci persone. Ieri l'ultimo caso

Una città-fabbrica, con 420mila persone che ci lavorano e ci dormono. Ci sono viali alberati, negozi, banche, una piscina. È l’ambiente della Foxconn, l’azienda cinese in cui nell’ultimo anno si sono susseguiti dieci suicidi. Ieri l’ultimo episodio mortale, un dipendente si è tolto la vita gettandosi nel vuoto. E un’altra impiegata ha fatto un analogo gesto disperato: è sopravvissuta, ma le sue condizioni sono gravi. In tutto, sono tredici le persone che hanno provato ad uccidersi in questa fabbrica del sud della Cina, di proprietà della taiwanese Hon Hai Precision Industry.

In questa fabbrica di Longhua, nella regione dello Shenzen, si realizzano componenti per l’industria tecnologica mondiale, utilizzati da colossi come Apple, Dell, Sony, Hp. Nei giorni scorsi Apple, Nokia e Dell hanno annunciato di aver avviato indagini per stabilire quali sono le reali condizioni di lavoro nella fabbrica.

Secondo le ultime notizie, ieri l’azienda avrebbe deciso di aumentare del 20% gli stipendi dei dipendenti, nel tentativo di risollevarne il morale. Sempre negli ultimi giorni e settimane ci sono state altre iniziative. L’altro ieri il grande capo Terry Gou ha permesso per la prima volta ai media di varcare i cancelli di Longhua. I cronisti, cinesi e stranieri, sono stati accompagnati da una guida. Lungo 12 chilometri si estendono la fabbrica vera e propria e i dormitori, dove dormono fra i quattro e gli otto operai per stanza.

È forse difficile per chi non è abituato a un modello produttivo di questo genere immedesimarsi nella situazione. C’è abbondanza di svaghi e spazi ricreativi, dalla piscina olimpionica alle palestre. Ci sono monaci buddisti e psicologi a disposizione dei dipendenti. La stragrande maggioranza delle persone che ci lavorano sono giovani, il 90% sotto i 25 anni, che provengono da tutto il paese, e che si trovano quindi a vivere una realtà completamente diversa da quella a cui erano abituati, tutta concentrata sui turni e sul lavoro. Lo stipendio base di un operaio è intorno ai 900 yuan (circa 110 euro), e può raddoppiare con gli straordinari. Si tratta di cifre in linea con la media in Cina.

Forse più di ogni altra cosa a spiegare il clima, che si potrebbe definire surreale, serve l’esempio di una delle ultime decisioni prese dall’azienda per bloccare i suicidi: un impegno scritto a non farsi del male. È stato lo stesso Terry Gou ad annunciare pubblicamente l’incredibile iniziativa: «Siamo profondamente dispiaciuti di quanto è accaduto», ha esordito, parlando con i giornalisti durante la “visita guidata” dei giorni scorsi, per poi continuare: «Per evitare che si verifichino altri casi drammatici, d’ora in poi i lavoratori di Foxconn dovranno promettere formalmente di non farsi del male e di recarsi subito da uno psichiatra nel caso soffrissero di problemi mentali». Una specie di divieto di suicidio per contratto, emblematico di una situazione limite.

Intorno alla fabbrica, nei giorni scorsi, sono stati posti chilometri di reti sotto le finestre, per contrastare le morti di chi si butta nel vuoto. Nelle ultime settimane si è detto un po’ di tutto su quanto accade in questa fabbrica: pressioni psicologiche ma anche vere e proprie violenze fisiche nei confronti dei dipendenti. È difficile, se non impossibile, stabilire il confine fra verità e altro in vicende di questo genere.

Un’altra misura che l’azienda sta studiando è quella di delocalizzare la produzione, aprendo nuova fabbriche verso ovest, cosa che secondo Gou permetterebbe «ai giovani di lavorare per stabilimenti vicini alla loro terra d’origine». Il piano prevederebbe il trasferimento di circa 800mila dipendenti.

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