L’Europa insiste: donne in pensione a 65 anni

di Barbara Weisz

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Nuovo richiamo di Bruxelles all'Italia per uniformare l'età pensionabile fra i sessi in base alla sentenza della Corte di Giustizia del 2008

Fra Europa e Italia, la questione dell’età pensionabile delle donne è aperta da tempo. La Penisola aveva accolto una specifica richiesta di Bruxelles, rafforzata da una sentenza della Corte di giustizia europea del 2008, portando a 65 anni l’età in cui le rappresentanti del gentil sesso possono ritirarsi dal lavoro a partire dal 2018. No, dice adesso Bruxelles, bisogna anticipare questo limite temporale al 2012.

Prevedibilmente, si aprirà a questo punto un negoziato, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha già detto che lunedì si recherà a Lussemburgo per trattare: «cercherò di agire per una soluzione definitiva», ha detto, specificando che intende capire «quanto sia cogente la richiesta europea e quanto minacci di tradursi in infrazione».

La vicenda, come detto, è aperta da quasi un decennio. È dal 2003 che Bruxelles insiste con tutti gli stati membri per portare l’età pensionabile a 65 anni (a quei tempi c’erano paesi in cui era più bassa anche per gli uomini) e per parificare la situazione fra generi. Al momento, questo obiettivo è diventato realtà nella stragrande maggioranza dei paesi: per fare alcuni esempi, si ritirano a 65 anni uomini e donne in Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Spagna, Svezia. Siccome l’Italia, anche dopo uno specifico richiamo nel 2007, non procedeva alla riforma, ci fu un deferimento alla Corte di Giustizia che, nel novembre del 2008, emise la sentenza che richiamava la Penisola a uniformarsi.

Motivazione, testualmente: «la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi di cui all’art. 141 CE». Questo articolo, si legge ancora nella sentenza, stabilisce che «ciascuno stato membro assicura l’applicazione del principio della parità di retribuzione fra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore».

Segue una lunga dissertazione sul fatto che la pensione possa o meno considerarsi come una forma di retribuzione, con tutte le peculiarità che riguardano per esempio la differenza fra i diversi regimi pensionistici e al modo in cui calcolano la pensione rispetto allo stipendio. Alla fine di questa lunga e complicata dissertazione giuridica, la Corte stabilisce che la pensione versata dal regime pensionistico gestito dall’Inpdap (l’ente previdenziale dei dipendenti pubblici, il ricorso in realtà riguardava in particolare questa categoria, n.d.r.) «costituisce una forma di retribuzione».

Quindi, «come risulta da una costante giurisprudenza, l’art. 141 CE vieta qualsiasi discriminazione in materia di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e lavoratori di sesso femminile, quale che sia il meccanismo che genera questa ineguaglianza. Secondo questa stessa giurisprudenza, la fissazione di un requisito di età che varia secondo il sesso per la concessione di una pensione che costituisce una retribuzione ai sensi dell’art. 141 CE è in contrasto con questa disposizione».

È a questa sentenza, lunga e articolata, che si riferisce la lettera che il commissario europeo Vivianne Reding ha appena inviato al ministro Sacconi. Il quale, appunto, a stretto giro di posta ha risposto specificando di aver «chiesto di incontrare la Reding lunedì a Lussemburgo a margine della riunione dei ministri del lavoro, per concordare in modo condiviso il percorso».

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