Lo yuan corre sui mercati, la Cina verso il G20

di Barbara Weisz

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Valuta asiatica ai massimi da cinque anni dopo la decisione di Pechino di sganciarla dal dollaro e di rivalutarla. Mossa strategica in vista del G20

L’annuncio dello sganciamento dal dollaro e della rivalutazione, pur equilibrata e lenta, in vista, ha messo le ali allo yuan e ai mercati. La valuta cinese oggi, primo giorno di contrattazioni dopo l’annuncio della People’s Bank of China di sabato relativo al cambio di politica sul fronte valutario, ha segnato un massimo di chiusura rispetto al biglietto verde americano da cinque anni, chiudendo a Shanghai al valore provvisorio di 6,7970. Il mid-point fissato stamane dall’istituto centrale di Pechino è di 6,8275 yuan, lo stesso valore di venerdì.

Rispondendo alle aspettative di un’immediata e magari anche sostanziosa rivalutazione in vista, la stessa People’s Bank ha voluto precisare, ieri, con un lungo comunicato, che si tratta di un cambiamento a lungo ponderato e ritenuto in questo momento opportuno, ma da mettere in pratica con il dovuto equilibrio e le dovute cautele.

Pechino ha comunicato la decisione in apertura della settimana che precede il G20 del Canada. Il vertice, a questo punto, si apre sotto auspici un po’ diversi da quelli che si potevano immaginare fino a due giorni fa, con Pechino che ha in qualche modo giocato d’anticipo rispetto a quella che sarebbe stata una richiesta pressante da parte degli Usa e non solo. La Casa Bianca da tempo chiede al governo cinese di apprezzare lo yuan, che nel 2008 era stato riagganciato al dollaro, al cambio fisso di 6,83. Una decisione, quest’ultima, giunta dopo nel 2005 la Cina aveva sganciato la sua valuta da quella americana prendendo invece come riferimento un paniere, che prevedeva anche l’euro.

La stessa cosa succederà ora: invece del biglietto verde, lo yuan avrà come riferimento un paniere di valute, che ancora Pechino non ha comunicato ma che certamente introdurrà l’euro (il principale mercato per le esportazioni cinesi), lo yen giapponese e forse anche la sterlina inglese.

Wang Haoyu, economista di First Capital Securities a Shenzhen, parlando con la Reuters riassume così la situazione attuale: «La Banca centrale cinese deve lasciare che lo yuan si apprezzi un po’ per accomodare le pressioni degli Usa. Ma forse, confermando il mid-point di venerdì hanno voluto dire che sì, ci muoveremo, ma sarà una cosa lenta».

Plauso della Casa Bianca alla decisione di Pechino, il presidente Barack Obama ha parlato di «un passo costruttivo, che può aiutare la ripresa e contribuire a un’economia globale più equilibrata», parole di apprezzamento sono giunte anche dal segretario al Tesoro Timothy Geithner. E hanno reagito positivamente il Fondo Monetario Internazionale, l’Unione Europea e la Bce.

Da tempo Usa, Europa, Giappone, e Fmi chiedevano alla Cina di intervenire in questo senso, accusandola di aver attuato, in piena crisi, una politica monetaria che creava uno squilibrio competitivo. Il valore basso della moneta favorisce infatti le esportazioni cinesi sui mercati esteri mentre per contro rende più care le importazioni. Viceversa, una politica di rivalutazione si trasformerebbe in un riequilibrio, a vantaggio delle aziende straniere (e anche italiane) che operano con Pechino.

Nel 2005, quando lo yuan è stato sganciato dal dollaro, è iniziata una progressiva rivalutazione fino al 21%, raggiunto nel 2008 quando appunto la Cina ha nuovamente fissato il cambio. La mossa di Pechino va letta in chiave strategica, in vista del vertice canadese. In questo modo la Cina ha dribblato pressanti richieste sul fronte della politica monetaria, probabilmente nel tentativo di raffreddare il dibattito su questa questione. In realtà, la cosa fondamentale sarà capire fino a che punto la Cina è disposta a lasciare che lo yuan si rafforzi. L’entità della manovra, insomma, è ancora sconosciuta ed è un fattore cruciale.

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