Pomigliano, il sì non stravince ma Fiat non si ferma

di Barbara Weisz

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Al 62,2% i consensi al piano per Pomigliano. Fiat non sembra intenzionata a lasciare: lavoreremo con chi ha firmato. La Fiom: riaprire la trattativa

Dopo il referendum di Pomigliano, la Fiat non chiude la porta. Il voto di ieri ha visto la vittoria dei sì, come previsto, ma con una percentuale ferma al 62,2%, non certo plebiscitaria. Ed era stato lo stesso Lingotto a chiedere una larga condivisione che assicurasse la praticabilità di un accordo che non è stato siglato dalla Fiom, la sigla metalmeccanica della Cgil. Che ora chiede la riapertura della trattativa.

Torino spiega che «lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte la responsabilità dell’accordo al fine di individuare ed attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie per la realizzazione di progetti futuri». È questa la parte fondamentale del breve comunicato con cui il Lingotto commenta l’esito referendario, perchè sembra allontanare l’ipotesi più temuta da tutti, ovvero la rinuncia al piano che prevede di trasferire dalla Polonia a Pomigliano la produzione della Panda.

Fiat ribadisce la propria posizione critica nei confronti della Fiom, prendendo atto «della impossibilità di trovare condivisione da parte di chi sta ostacolando, con argomentazioni dal nostro punto di vista pretestuose, il piano per il rilancio di Pomigliano», mentre «apprezza il comportamento delle organizzazioni sindacali e dei lavoratori che hanno compreso e condiviso l’impegno e il significato» del piano stesso.

Come è noto, il problema è la posizione contraria della Fiom-Cgil che non ha firmato l’accordo dello scorso 15 giugno sottoposto a referendum (sottoscritto dall’azienda e da Fim-Cisl, Uilm-Uil, Fismic e Ugl). E adesso la Fiom, forte della mancata vittoria plebiscitaria dei sì, ribadisce le proprie richieste. «Noi non firmeremo quel documento» ha detto il segretario Maurizio Landini, che chiede al Lingotto di tornare al tavolo e riaprire la trattativa. Sulla stessa linea la vice segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, che chiede a Torino «di confermare e avviare l’investimento e la produzione della nuova Panda a Pomigliano» e di «riaprire la trattativa per un’intesa condivisa da tutti». Camusso propone un’analisi del voto: «i sì per il lavoro e i no per non cancellare i diritti». Quindi l’esito referendario «nella sua articolazione fra sì e no dice che ci vuole una soluzione condivisa».

Sembra quindi che sull’esigenza di riprendere il negoziato stia rientrando la tensione che nei giorni scorsi c’era stata all’interno della stessa Cgil, con il segretario Guglielo Epifani critico nei confronti della Fiom che non si era consultata con l’intero sindacato prima del no all’intesa.

Ma ora il focus non è sul dibattitto interno alla Cgil, bensì sulle intenzioni della Fiat e sul futuro di Pomigliano. È chiara l’intenzione dell’azienda di difendere l’accordo così come è stato siglato dalle organizzazioni sindacali che l’hanno accettato. La Fiom contesta i due punti sui limiti al diritto di sciopero e sulle misure per contrastare l’assenteismo che intervengono sulla possibilità di mettersi in malattia. Sul resto, invece, i margini ci sono, secondo le dichiarazioni di stamattina dello stesso Landini.

Per esempio sui turni: «si possono fare 18 turni e andare anche oltre con lo straordinario», ma aumentando gli occupati per dare «un futuro al bacino di precari che da anni lavorano a Pomigliano». E sulle pause: il sindacato ha proposto «di farle senza fermare gli impianti, prevedendo un sostituto che, a scorrimento, consenta agli altri operai di fare la necessaria pausa».

Il leader della Cisl, Raffaelle Bonanni, ha subito detto che a questo punto la Fiat deve «rispettare gli impegni» e quindi procedere con il piano di Pomigliano. Stessa posizione dal segretario della Uil Luigi Angeletti. A favore dell’applicazione dell’accordo si è espresso anche il ministro del Welfare Maurizio Sacconi: il risultato è «inequivocabile» c’è una «evidente maggioranza» e quindi «bisogna applicare l’accordo».

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