Competitività, tutti i numeri dell’Italia

di Barbara Weisz

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I problemi del mercato del lavoro: troppe rigidità, ma anche sfiducia nel management. Dopo le parole di Marchionne, vediamo la pagella del Wef

L’Italia non è competitiva al pari degli altri partners europei e ha fra le altre cose un problema di scarsa efficienza del mercato del lavoro. Sono due questioni centrali poste dall’amministratore delegato della Fiat nell’intervista di ieri.

Vediamo, allora, quali sono i numeri della competitività del sistema Italia così come emerge dal report annuale del World Economic Forum.

Nella classifica generale, come ricordato da Marchionne, la Penisola è 48esima. Fra i partners dell’Unione Europea, sono 17 i paesi che precedono l’Italia in graduatoria: Svezia (seconda), Germania (quinta), Finlandia (settima), Olanda (ottava), Danimarca (nona), Gran Bretagna (12esima), Francia (15esima), Austria (18esima), Belgio (19esima), Lussemburgo (20esima), Irlanda (29esima), Polonia (39esima), Cipro (40esima), Spagna (42esima), Slovenia (45esima), Portogallo (46esimo), Lituania (47esima).

Nelle tre macro aree in cui vengono divisi i 12 maggiori indicatori di sviluppo, l’Italia è al 32esimo posto per l’innovazione, soprattutto grazie alla “business sophistication”, al 23esimo posto nel mondo, che controbilancia il 50esimo dell’innovazione vera e propria. È 45esima per i fattori che alimentano l’efficienza, che sono l’educazione secondaria, il funzionamento del mercato dei beni e di quello del lavoro (e qui c’è il 118esimo posto indicato dal Ceo Fiat, con un punteggio che è il peggiore fra quelli dei 12 indicatori fondamentali), lo sviluppo dei mercati finanziari, le competenze tecnologiche, la dimensione del mercato.

Infine, la Penisola è 46esima per i “basic requirements”, gli indicatori di base, ovvero istituzioni, infrastrutture, ambiente macroeconomico e salute ed educazione primaria.

In queste 12 macro aree, dopo quello sul mercato del lavoro, i risultati peggiori riguardano lo sviluppo dei mercati finanziari, 101esimo posto, le istituzioni, 92esimo posto. Le uniche altre voci che vedono l’Italia fuori dai primi 50 paesi del mondo sono l’ambiente macroeconomico, 76esimo posto, e l’efficienza del mercato dei beni, 68esima posizione.

Il rapporto prevede anche, oltre ai 12 fondamentali, una serie di indicatori più specifici, più di 110 in tutto. Per esempio, sulla scarsa efficienza del mercato del lavoro il fattore che pesa maggiormente è la poca flessibilità nel determinare i compensi (130esimo posto, su un totale di 139 paesi), seguita dalle pratiche di licenziamento (129esimo), dal rapporto fra stipendio e produttività (124esimo), dalla cooperazione nelle relazioni fra lavoratori e dipendenti, 121esimo posto, nella fiducia nei confronti del management (119).

Come si vede, sono elencati parecchi dei punti critici indicati da Marchionne. E ancora, l’Italia ha problemi di rigidità delle assunzioni, fuga di cervelli, bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro. Ma ha anche un punto di eccellenza, è ventesima, quindi molto ben posizionata in classifica, per la voce “costi ridondanti”, quelli relativi all’eccessiva presenza di manodopera. Non c’è quindi un problema di sovra-occupazione.

Come detto, un altro settore in cui la Pensiola non brilla è lo sviluppo del mercato finanziario, e qui il problema più rilevante riguarda la facilità di accesso al prestito.

Quanto al funzionamento delle istituzioni, a pesare maggiormente è la burocrazia (133esimo posto), seguita dal crimine organizzato (130esimo), entrambi indici che come si vede posizionano il paese fra gli ultimi dieci nel mondo.

Altamente negativa anche l’efficienza delle controversie legali, la protezione degli interessi degli azionisti di minoranza, l’efficacia dei consigli di amministrazione. I maggiori punti di forza del sistema riguardano tutti gli indicatori realativi alla salute e all’educazione primaria, con una delle aspettative di vita più alte del mondo (quarto posto), le dimensioni del mercato, domestico e internazionale, la business sophistication.

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