Draghi, sulla crescita monito anche alle imprese

di Barbara Weisz

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Considerazioni finali del Governatore, le ultime prima dell'incarico che lo attende alla Bce. Un appello alla politica, ma anche alle imprese.

«Tornare alla crescita». Con queste parole Mario Draghi si rivolse alla platea nel suo primo discorso pubblico da Governatore della Banca d’Italia, nel 2006. «Con le stesse parole vorrei chiudere queste considerazioni finali» [scarica il documento] ha dichiarato oggi alla platea dell’Assemblea generale dell’istituto centrale. La crescita resta l’imperativo, il governatore sottolinea i passi avanti fatti in questi cinque anni, caratterizzati anche dall’uscita dalla crisi, ma avverte che nella Penisola c’è un problema di competività delle imprese, dice che bisogna «riequilibrare la flessibilità» in un mercato del lavoro troppo precario, punta il dito contro la scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro.  L’Italia deve risolvere il problema del debito (al 120 del pil), e ridurre la spesa primaria. Ma per farlo «in modo permanente e credibile non è consigliabile procedere a tagli uniformi in tutte le voci», perchè questo «inciderebbe sulla già debole ripresa dell’economia, fino a sottrarle circa due punti di PIL in tre anni».

E allora, bisogna commisurare «gli stanziamenti agli obiettivi di oggi», affinare gli indicatori per migliorare «capillarmente» l’organizzazione e il funzionamento delle strutture pubbliche, investire in infrastrutture. C’è spazio per una riduzione, anche «in misura significativa» delle aliquote, «sui redditi dei lavoratori e delle imprese», bilanciando il minor gettito con il recupero dell’evasione.
La politica economica deve fare scelte mirate e concentrate sulla crescita, insomma. Una linea, questa, che ben si sposa con quella proposta qualche giorno fa dalla presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, in sede di relazione annuale.

Ma Draghi al mondo dell’industria lancia anche diverse stoccate. «Il sistema produttivo perde competitività», anche perchè «non si è ancora bene adattato alle nuove tecnologie, alla globalizzazione». E, spiega Draghi, le analisi di Bankitalia chiamano in causa anche la struttura produttiva italiana, «più frammentata e statica di altre».

Sul fronte pubblico, si registra un’inefficienza della giustizia civile, troppo lenta, con una «perdita annua di prodotto» che «potrebbe giungere a un punto percentuale».

Ma ci sono questioni che riguardano da vicino, e dal di dentro, le imprese. Le quali, in Italia «sono in media del 40 per cento più piccole di quelle dell’area dell’euro. Fra le prime 50 imprese europee per fatturato sono comprese 15 tedesche, 11 francesi, solo 4 italiane». È vero che c’è un «contesto fiscale, normativo e amministrativo ancora percepito come incerto e costoso», ma c’è anche «un assetto aziendale spesso mantenuto impermeabile a soggetti esterni».

Un esempio: «Fra le imprese manifatturiere con almeno 10 addetti, quelle in cui sia il controllo sia la gestione sono esclusivamente familiari sono il 60% in Italia, meno del 30 in Francia e in Germania; in queste imprese la propensione a innovare è minore, l’attività di ricerca e sviluppo meno intensa, scarsa la penetrazione nei mercati emergenti».

E ancora, le imprese italiane «hanno in media meno patrimonio di quelle degli altri paesi avanzati; è scarsa la diversificazione delle fonti di finanziamento, in gran parte di origine bancaria, ed è elevato il peso dei debiti a breve scadenza».

Ma il discorso di Draghi non si è concentrato solo sull’Italia, anzi. Il Governatore è il prossimo presidente della Bce (la nomina verrà messa ai voti il 24 giugno), e all’Europa in piena crisi del debito si rivolge nelle sue considerazioni. Dicendo che «la strada del risanamento è percorribile». L’Europa ha sbagliato nel recente passato a non sorvegliare adeguatamente le politiche di bilancio: «se le regole fissate dal Patto di stabilità e crescita fossero state sempre rispettate, alla vigilia della crisi l’incidenza del debito pubblico sul PIL sarebbe stata inferiore di oltre 10 punti nell’area dell’euro, di 30 in Grecia». Ora bisogna uscire dalla crisi «senza scorciatoie». La ricetta: «solidarietà tra i paesi membri» a cui deve corrispondere «senso di responsabilità e rispetto delle regole» da parte delle autorità nazionali.

Draghi ricorda la crisi che l’Italia affrontò all’inizio degli anni Novanta: «in quel periodo dovevamo collocare sul mercato ogni anno titoli per un ammontare pari, in termini reali, a dieci volte il fabbisogno di finanziamento annuo della Grecia oggi, a due volte come incidenza sul PIL». L’Italia uscì dalla crisi «senza bisogno di aiuti esterni, grazie a un ambizioso piano di consolidamento fiscale, a riforme strutturali importanti e all’attuazione di un programma di privatizzazioni per circa il 10% del PIL».

E qui si può inserire un tributo che il Governatore ha voluto riservare a uno degli uomini che furono artefici di quelle politiche, l’ex governatore di Bankitalia nonchè ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Un lungo abbraccio al suo arrivo e poi la richiesta, subito accolta, di una standing ovation alla platea. Infine, Draghi ha ricordato un altro grande protagonista italiano, Tommaso Padoa Schioppa, recentemente scomparso: «la sua morte priva il Paese delle sue doti di intelligenza e passione civile. Lo ricorderemo qui con un convegno nel prossimo dicembre, a un anno dalla scomparsa».