Jill Abramson, la svolta rosa del New York Times

di Giusy Palumbo

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Per la prima volta in 160 anni, a dirigere uno dei più diffusi quotidiani americani è una donna, a detta di tutti "dagli attributi di ferro".

Mentre negli USA invertono la tendenza nominando una donna come chief editor del New York Times, in Italia Concita De Gregorio lascia la direzione de L’Unità. Tuttavia proprio Jill Abramson in un suo articolo del 2006 – commentando la nomina ad anchorwoman di Katie Couric – scrisse: “Quando la finiremo di dire: la prima donna a…?”.

In effetti l’entusiasmo per una scelta di “genere” non dovrebbe superare l’interesse al merito di Jill Abramson, a detta di tutti i suoi collaboratori precedenti una reporter “dagli attributi di ferro”, “saggia e perspicace”, “onesta, affidabile e anche divertente”. Professionalità e personalità gli elementi chiave della sua leadership dalla doppia anima, ben impressa anche nel suo tattoo sulla spalla destra fatto di ritorno da Washington nella sua New York, un gettone di una metro di New York, ottimo per sintetizzare la sua filosofia: “Good one for one fare only”.

È una corsa unica anche quella che inizierà ufficialmente il 6 settembre 2011 alla direzione del New York Times, dopo aver trascorso sei mesi immersa nel lato digitale dell’operazione Times. Sarà sicuramente Internet uno dei centri di interesse della sua direzione, sicura che nelle breaking news il competitor più grande possa essere solo Twitter.

Nata nel 1957 nell’Upper West Side a Manhattan, fin dalla sua infanzia Jill Abramson ha considerato il New York Times un vero e proprio “sostituto della religione”, nello stile hegeliano della “preghiera laica del mattino”.

Alle spalle, oltre all’esperienza al New York Times, Jill Abramson ha lavorato al mensile American Lawyer, al settimanale Legal Times e come giornalista investigativa al Wall Street Journal, per poi arrivare al New York Times nel 1997. Qui a sostituirla sarà Dean Baquet, attuale corrispondente della capitale ed ex direttore del Los Angeles Times.

La sua nuova direzione tuttavia non sarà una rivoluzione perché l’autorità del New York Times viene «dal profondo del nostro modo di fare giornalismo e non cambierà mai», parola del direttore.