Istituzioni per la crescita

di Redazione PMI.it

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Il ruolo delle istituzioni nella crescita economica: quando le riforme e il PIL pagano lo scotto di contesti politico-istituzionali di limitata qualità (articolo di Paolo Marizza*).

La letteratura che pone le Istituzioni al centro dell’Economia è vasta: che esse siano variabili importanti per lo sviluppo e la crescita e nelle scelte degli operatori economici è largamente accettato. Tuttavia, il dibattito sull’impatto che possono avere sulla crescita economica – su come rientrano nei processi economici e sulla funzione che svolgono – è aperto e spesso controverso.

In generale, si può assumere che le Istituzioni economiche, in senso ampio, comprendano sia quelle informali sia quelle formali, entrambe componenti fondamentali nei processi decisionali e nelle interazioni degli operatori economici. Le prime intese come regole comportamentali, norme sociali, rapporti di fiducia tra agenti economici, costumi e consuetudini; le seconde riconducibili alle organizzazioni, leggi, norme e regolamenti ed agli operatori economici stessi.

Il ruolo delle Istituzioni è infatti duplice: da un lato influenzano il livello di sviluppo economico; dall’altro lo sviluppo economico ne condiziona evoluzione e cambiamento.

Contesti a confronto

Le istituzioni economiche variano da paese a paese, diverse nei diversi contesti sociali: in alcuni possono essere presenti, in altri mancare e, anche laddove sono simili, non è detto che svolgano la stessa funzione o abbiano gli stessi effetti. Ad esempio, una pressione fiscale elevata in alcuni Paesi non incentiva l’evasione in quanto c’è l’aspettativa che lo Stato ne garantisca la redistribuzione con criteri di equità per migliorare i servizi pubblici.

Le performance economiche sono dunque influenzate dal modo in cui le istituzioni interagiscono ed evolvono in un determinato periodo storico e in un dato contesto sociale. Riforme e politiche economiche sono contesto-dipendenti, dipendono da assetti e regole di fondo (formali ed informali), ossia dal sistema di valori di base, sempre diversi perché condizionati dal contesto. Le vicende italiane in merito a riforme, leggi, regolamenti, decreti attuativi, circolari interpretative e così via la dicono lunga sul contesto istituzionale (informale e formale) del nostro paese.

Ci sono proposte, disegni di legge e provvedimenti che languono da anni: se è fisiologico che un processo di innovazione istituzionale richieda tempo, un tempo indefinito non lo è. Nella maggioranza dei casi, le innovazioni non vedono nemmeno la luce. Buone idee e intenzioni non bastano. Nuove istituzioni non si traducono by design, meccanicisticamente, in cambiamenti duraturi e apprezzabili.

Il contesto italiano

Le condizioni “istituzionali” del nostro sistema Paese emergono dall’edizione autunnale della ricerca “Climi Sociali e di Consumo” di GfK Eurisko, che conferma il perdurare della sfiducia verso le istituzioni pubbliche, le preoccupazioni su mercato del lavoro e peso delle tasse, l’attenzione ai prezzi e le strategie di riduzione dei consumi e ricerca della convenienza.

La sfiducia nelle istituzioni è sempre più elevata: negli ultimi due anni è stato perso il 30% del capitale di fiducia: sempre più Italiani non ritengono le istituzioni pubbliche un alleato nel superamento della crisi. Le “disfunzionalità istituzionali” che quotidianamente il cittadino  sperimenta, come fruitore di servizi pubblici, contribuente o consumatore, sono note.

Molti ritengono che la causa dei numerosi fallimenti economico-istituzionali in Italia sia imputabile all’austerità a cui il nostro paese è sottoposto da anni, senza che si veda l’uscita dal tunnel. Chissà cosa penserebbero delle evidenze da una recente analisi del Prof. Roberto Perotti sui costi dei Consigli Regionali (si rinvia a lavoce.info per gli aspetti metodologici, analitici ed interpretativi).

Nell’analisi, la spesa considerata è quella totale per il 2012 (comprensiva di emolumenti e tutte le altre voci): quella complessiva di tutte le Regioni supera 1 miliardo di Euro. La media italiana è di 875mila euro per consigliere ma con molta dispersione: si passa da 410mila euro in Valle d’ Aosta e 415mila euro in Trentino a 1 mln di euro in Piemonte, 1,5 in Calabria e  1.7 mln in Sicilia. Se vi sono dei costi fissi, ci si aspetterebbe che nei consigli più piccoli il costo medio per consigliere sia più alto, mentre i dati indicano l’opposto. Sembrerebbe affermarsi una nuova legge economica: quella delle diseconomie di scala.

Sembra di trovarsi nella confluenza di mondi paralleli in cui non esistono vincoli, sostituiti da incentivi perversi e disfunzionali, in cui deficit e debito pubblico rappresentano la valvola di sfogo di intermediazioni parassitarie di istituzioni estrattive che, al patto sociale, hanno sostituito un modello di rendite di posizione a tutti i livelli per la tutela dello status quo.

Istituzioni e PIL

Da tempo sono stati condotti diversi studi per misurare la qualità delle istituzioni fra diversi paesi, con l’obiettivo di spiegare il differenziale nei tassi di crescita, ponendo in correlazione la crescita del PIL con la crescita della forza lavoro, dello stock di capitale e di una variabile che misura l’impatto delle istituzioni e della governance di un sistema Paese sul PIL. Il risultato principale è che le differenze maggiori nei differenziali di crescita e dei redditi pro-capite dei paesi sono determinate dai fattori istituzionali. Per concludere, un ruolo centrale nei processi di sviluppo economico viene svolto dagli assetti istituzionali e, pertanto, le cause della bassa crescita non vanno attribuite ai soli vincoli esterni che richiedono “austerità”. La capacità di generare futuro dipende dalla capacità di riconoscere e distinguere i fattori istituzionali e comportamentali estrattivi e disfunzionali, denunciandoli e concorrendo proattivamente al loro cambiamento.

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* Paolo Marizza è Docente DEAMS Univ. Trieste e Partner di Financial Innovations, società di consulenza sui temi di finanza e risk management per imprese e istituzioni.