PMI ed e-commerce, nuovi oneri in arrivo

di Alessandro Longo

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Il dilemma delle PMI italiane che puntano al commercio elettronico: i paletti burocratici e normativi che rischiano di far collassare il comparto in Italia e le possibili misure di contrasto.

Il dilemma della PMI italiana che vorrebbe fare e-commerce. Vorrebbe persino fare Export in altri Paesi grazie a Internet, e sappiamo quanto questo sarebbe una manna per il made in Italy. Ha buona volontà, la PMI. Ma è frenata da tante questioni di contorno. Burocratiche, normative, logistiche.

Il problema sta emergendo con chiarezza in questi giorni, perché l’e-commerce italiano sembra al punto di svolta: quello in cui si capirà se ha la forza per diventare maturo (riducendo le distanze con gli altri Paesi).
O se è fatica sprecata.
Il punto di partenza è che «la PMI italiana non ce la fa a gestire le tante incombenze che stanno dietro a un serio sbarco nelle vendite online. Tanto più se internazionali», dice a PMI.it Roberto Liscia, presidente di Netcomm, consorzio del commercio elettronico italiano.

Stato dell’arte

Netcomm e il Politecnico di Milano qualche giorno fa hanno presentato lo stato del mercato e-commerce.
Di nuovo quest’anno crescerà del 18 per cento, come già nel 2011, arrivando a quota 9,5 miliardi di euro. È un galoppo tipico di un mercato non maturo e sbaglieremmo a guardare con ottimismo questi numeri.
C’è il rischio infatti che il 2012 sia l’ultimo anno di crescita vera per l’e-commerce italiano e si perda l’opportunità di una svolta.

Il problema è che ancora siamo lontani dal costruire quell’ecosistema che permetta alle PMI di giocare una buona partita online. E visto che – soprattutto nel commercio – le PMI sono l’ossatura del Paese, sarebbe un bello spreco per l’intera economia italiana.

Ricordiamo che secondo Boston Consulting Group, le PMI che fanno e-commerce hanno aumentato il fatturato dell’1,2 per cento annuo (nel periodo 2007-2010), contro il -4,5 per cento di chi non aveva una presenza online. Secondo il Politecnico di Milano, lo sbarco online aumenta i fatturati tanto quanto l’aggiunta di uno o due punti vendita fisici, al solito, in Italia.

Ma allora tocca rimboccarci le maniche, su più fronti, e capire come è possibile aiutare la PMI a lavorare meglio online.

Oneri presenti e futuri

Per far questo bisogna per prima cosa tener conto che il quadro delle incombenze sulle PMI sta per mutare, per via di alcune novità normative in arrivo sul fronte della privacy. A proposito, quest’anno era cominciato con una buona notizia: l’abolizione dell’obbligo di redigere il Documento programmatico sulla sicurezza (Dps). Ma non si fa in tempo a gioire per l’essere stati sgravati da quest’onere burocratico, che già si profila un pericolo: dalla direttiva europea Telecoms Package 2009, che l’Italia sta per recepire (con grandissimo ritardo).

Qui, tra le altre cose, c’è la norma dell’opt-in, che tutte le associazioni della web economy guardano con estremo timore: Assocomunicazione, FCP, IAB Italia e Netcomm hanno già chiesto al governo di non recepire la norma in modo troppo stringente.

«Equivarrebbe a uccidere il commercio elettronico», dice Liscia. Se s’imporrà l’opt-in in modo rigoroso, infatti, le aziende saranno costrette a chiedere il permesso degli utenti ogni volta che intendono trattare i loro dati e mandare loro un cookie. Già gli utenti italiani non sono cuor di leone quando si tratta di comprare online, ci mancherebbe solo questo per farli scappare del tutto. Le associazioni propongono invece di fare come in Francia e Regno Unito: consentire agli utenti di dare o negare il consenso al trattamento una volta per tutte, su un portale unico (a cui dovrebbero iscriversi le aziende dell’e-commerce e della pubblicità online).

Altre novità arriveranno nei prossimi mesi dalla Commissione europea, in forma di regolamento (subito cogente in tutti i Paesi membri) o di proposta di Direttiva. «Si conoscono ad oggi i temi delle proposte normative, ma ancora la Commissione deve stabilire che cosa andrà nel Regolamento e che cosa nella Direttiva», spiega Fulvio Sarzana, avvocato esperto di diritto digitale.

Tra le idee sul tavolo, ce n’è una positiva: il diritto privacy verrà uniformato in tutta l’Unione. Un’azienda e-commerce non dovrà più preoccuparsi di eventuali disallineamenti con le diverse discipline privacy nei vari Paesi. Questo faciliterà le PMI italiane che vogliono fare Export in Europa.

Altre novità tuteleranno meglio gli utenti ma costituiranno un onere aggiuntivo per le aziende. Per esempio la Commissione vuole stabilire il principio di accountability: in caso di controlli, il titolare del trattamento (cioè l’azienda) dovrà dimostrare alle autorità di avere adottato le misure necessarie a proteggere i dati. Imprese ed enti dovranno inoltre avvisare gli utenti nel caso in cui ci siano violazioni o perdite o furti dei loro dati personali.

«Più le aziende sono piccole, più hanno difficoltà a gestire le problematiche di sicurezza e privacy», ricorda Liscia.

A questo si sommano altre problematiche, già note. «Le aziende che finora hanno venduto solo offline sono abituate a fare grandi spedizioni, dal magazzino ai punti vendita, ma non a gestire ordini singoli e individuali, che sono tipici dell’e-commerce», spiega Riccardo Mangiaracina, responsabile di quest’area presso School of Management-Politecnico di Milano. «Deve quindi adeguare la propria organizzazione, assumere personale apposito, allestire una nuova area per fare pacchetti».

Ed anche le spedizioni sono singole, non è scontato che l’azienda riesca a gestirle correttamente su tutti i mercati dove intenda vendere. Deve negoziare con i corrieri per avere un buon servizio a costi sostenibili. «Oltre un certo quantitativo di vendite, coprire una certa piazza all’estero può diventare anti-economico», dice Mangiaracina.

Soluzioni

La soluzione? «Non credo che le tante piccole aziende del made in Italy ce la facciano, da sole, a gestire tutte queste incombenze: burocratiche, logistiche», dice Liscia. «Allora ho chiesto al Ministero delle Attività Produttive di favorire nascita di consorzi d’impresa. Distretti digitali, analoghi a quelli industriali.

I consorzi possono poi rivolgersi a service di operatori di terzi, in outsourcing, che si occupino di  tutte le incombenze accessorie: il rispetto delle norme di privacy, gli accordi con i corrieri, persino le attività di marketing e promozione del sito». Il vantaggio sarebbe doppio: le aziende eviterebbero oneri che non sono preparati a gestire e potrebbero ridurre alcuni costi (per esempio, i consorzi possono spuntare migliori condizioni dai corrieri, grazie a una maggiore forza contrattuale).

Sono le caratteristiche del nostro mercato a spingere verso questa soluzione: tante piccole aziende, con prodotti probabilmente interessanti per l’export. Hanno bisogno quindi di una mano per vendere a quanti più Paesi possibile.
E fa bene Liscia a sperare nell’appoggio del governo. Il momento è propizio: uno degli assi dell’Agenda digitale, a cui lavorano vari ministeri, riguarda l’e-commerce. Da qui viene una speranza, forse l’ultima, di accompagnare questo mercato verso la maturità, incentivare le aziende con tanta buona volontà ma scarsi mezzi, e supportare così l’economia italiana.

 

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