UE: le Pmi guidano l’innovazione in Italia

di Barbara Weisz

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Italia 15esima per innovazione in Europa: dal rapporto Innovation Union Scoreboard 2011 le Pmi emergono come il traino innovativo della nostra economia.

In Italia si fanno investimenti moderati in innovazione rispetto al resto d’Europa ma, a fare da traino nel nostro Paese sono a sorpresa le Pmi, come si evince dal Rapporto Ius 2011 (Innovation Union Scoreboard): nella graduatoria sull’innovazione nei Paesi UE, l’Italia è solo fra gli “innovatori moderati“, con punti deboli in materia di investimenti in innovazione rispetto al PIL, mentre invece è sopra la media (e in alcuni casi addirittura eccelle) per quanto concerne l‘innovazione nelle Pmi.

Alta la percentuale di ricerca in-house per le Pmi, per esempio, che hanno introdotto significative novità nel mercato;  indicatori nettamente sopra la media anche per le Pmi che hanno introdotto innovazione di prodotto, processo e marketing.

Innovazione in Europa

Partiamo dai dati generali dell’indagine, che evidenziano come sul terreno dell’innovazione l’Europa da una parte registra miglioramenti, dall’altra è ancora lontana dai Paesi che in questo senso rappresentano la leadership internazionale, ovvero Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud.

I quattro paesi leader nel Vecchio Continente sono Svezia, Danimarca, Germania e Finlandia.
Ci sono poi dieci paesi considerati innovation followers, ovvero paesi che tengono il passo: Belgio, Regno Unito, Paesi Bassi, Austria, Lussemburgo, Irlanda, Francia, Slovenia, Cipro ed Estonia. Questi paesi, per dirla in termini semplici, presentano indicatori generali in media europea.

Poi ci sono gli innovatori moderati, categoria in cui rientra l’Italia, che è al quindicesimo posto nella graduatoria generale (su 27 paesi, dunque nella seconda metà della classifica): unica nota positiva, fra questi “innovatori moderati” (che sono sotto la media europea) l’Italia è prima, seguita da Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Ungheria, Grecia, Malta, Slovacchia e Polonia.

Infine, i fanalini di coda, ovvero i “modesti innovatori”, Romania, Lituania, Bulgaria e Lettonia.

Settori più innovativi

E’ interessante notare come le categorie in cui l’Europa, nel suo complesso, registra le maggiori differenze con le aree del mondo a maggior tasso di innovazione, come gli Usa, riguardino le attività delle imprese: spendono poco in R&S, sono molto indietro in materia di cooperazione fra pubblico e privato.

Piccole e Medie Imprese

Ed è proprio qui che, invece, emerge la positiva realtà delle Pmi italiane. A fronte di un quadro generale sostanzialmente molto poco brillante del paese, il cui settore pubblico spende in ricerca e sviluppo lo 0,6% del PIL (contro una media europa dello 0,75%) e in cui anche il totale delle aziende private spende poco (meno dello 0,75% del PIL contro una media europea intorno all’1,25%, con solo Danimarca, Finlandia, Svezia e Svizzera sono sopra il 2%), quando si passa agli indicatori relativi alle Pmi il discorso cambia.

La percentuale di Pmi italiane che hanno introdotto innovazioni di prodotto o di processo è superiore al 35%, quindi leggermente sopra la media europea che è appunto al 35% (ma Svizzera e Germania sono sopra il 50%). Stessondiscros per le inovazioni in materia di marketing e organizzazione. E, mentre negli ultimi cinque anni in media le Pmi europee hanno registrato un rallentamento in questo senso, le piccole e medie imprese italiane sono invece cresciute.

I dati migliori sono quelli relativi alla ricerca in-house: fra le Pmi che hanno introdotto innovazioni, in Italia quasi il 35% ha condotto la ricerca in-house, contro una media europea del 30%. E in termini di crescita degli ultimi anni, i risultato è ancora migliore: l’innovazione in-house in Europa sta diminuendo, mentre in Italia aumenta del 5%: un numero modesto, ma che in Europa ci vede secondi solo alla Svizzera.

Quando però si parla di collaborazione fra diversi soggetti innovatori, il discorso cambia, e l’Italia torna saldamente sotto la media europea.

I dati evidenziano anche una notevole dispersione di talenti: l’Italia è sopra la media in termini di livello di istruzione post universitaria (ricerca), e anche per quanto riguarda il numero di pubblicazioni scientifiche. Come detto, è invece indietro in termini di investimenti, pubblici e privati.