La parità non è donna

di Redazione PMI.it

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Il ruolo della donna nella sfera professionale: Italia agli ultimi posti in Europa nella partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Un grande gap presente ancora nella nostra società riguarda il ruolo della donna nella sfera professionale. Il nostro Paese è al penultimo posto in Europa per la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Chi è messo peggio di noi è solo la Grecia. E in Italia solo il 28% delle posizioni dirigenziali nelle aziende private è ricoperto da donne.

Nel 2021, parlare ancora di questo divario sembra assurdo ma purtroppo è così: la discriminazione di genere uomo/donna è ancora sottilmente presente nei contesti lavorativi. Il punto però non è solo l’accesso al mercato del lavoro, quanto la carriera tipica che compiono le donne. Di fatto, solo una donna su due è attiva in età lavorativa. Le donne lasciano spesso il lavoro all’arrivo di un figlio –  cosa che non succede agli uomini – poiché dichiarano l’inconciliabilità tra carriera lavorativa e cura della famiglia.

Gli ultimi dati Istat (relativi al 2020) dipingono un quadro a tinte fosche dell’occupazione femminile: a dicembre, anche a causa della crisi Covid, 99mila donne hanno perso il lavoro contro una quota pari a 2mila fra gli uomini. Un dato impressionante che dimostra come, a pagare il prezzo della pandemia a livello lavorativo siano soprattutto le donne, in particolare le lavoratrici autonome e le precarie. Questo perché, probabilmente, le donne sono impiegate più degli uomini in lavori meno strutturati o per i quali è più facile licenziare. Compresi quelli domestici e di assistenza familiare o ai minori (altro settore che è crollato a causa dello smart working).

Eppure, in un processo di recruiting uno degli aspetti fondamentali e proprio la voce “ricerca rivolta ad ambo i sessi”, un contrasto di fondo dal momento che sul posto di lavoro e di inserimento la differenza di sesso sussiste. Durante un processo di selezione non è importante se il selezionatore ha davanti un candidato o una candidata, quel che interessa ai fini della ricerca sono le competenze, le skills che quel curriculum contiene.

Questa discriminazione è ancora più marcata in ambienti di lavoro elitari, come quelli finanziari. Da sempre questi contesti sono stati visti come luoghi di incontro e ritrovo dei “grandi della finanza”, un argomento sicuramente astruso e complesso per un donna, si pensa. Eppure, se pur poche, oggi di donne che ricoprono ruoli apicali nel mercato finanziario ce n’è sono, un esempio calzante è sicuramente la Presidente della BCE, la francese Christine Lagarde, donna di economia e finanza, oppure la ex Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti   Ruth Bader Ginsburg.

Esistono anche ambiti lavorativi, oltre a quello finanziario, dove la partecipazione femminile è scarsa se non inesistente. Pensiamo agli ambienti IT e Tech. Un gender gap non da poco. Nel mondo ICT le donne sono ancora poco coinvolte e in secondo piano in termini di possibilità di carriera e di crescita. Le laureate in discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) sono poche, e il 46% crede di non avere le qualità per fare carriera in campo tecnico-scientifico. Negli ultimi anni, la digitalizzazione ha invece messo in evidenza la necessità di sviluppare competenze e conoscenze STEM, possedute dall’1,4 % delle lavoratrici contro il 5,5 % dei lavoratori.

Le donne sono quindi sotto rappresentate in questi settori, che sembrano ad oggi essere i più promettenti dell’economia. Lavoro, famiglia, istruzione e nuove tecnologie, sono tutti ambiti in cui vanno intraprese azioni per la parità. Che devono andare in una duplice direzione: da una parte riforme strutturali, dall’altra un grande cambiamento culturale. Tra l’altro, alle donne vengono solitamente attribuite, più che agli uomini, abilità di tipo soft skill, come apertura al cambiamento, flessibilità, capacità di multitasking e problem solving. Sono queste abilità, quando parliamo di innovazione, a rendere le donne fondamentali per il miglioramento aziendale.

Un’indagine IPSOS rivela come gli italiani dimostrino ancora una certa resistenza nel vedere una donna impiegata in settori come ricambi auto e moto o ferramenta. Nel mercato online, invece, il fatto che un business sia gestito da un uomo o da una donna è un aspetto che non viene preso in considerazione dagli acquirenti. Anche nel caso in cui il sesso del venditore sia indicato esplicitamente, meno dell’1% dei compratori italiani considera questo aspetto al momento dell’acquisto, dando più peso ad elementi come le recensioni e le modalità di pagamento offerte.

Grazie al mercato online, tantissime donne sono riuscite a superare stereotipi e pregiudizi e a lanciare e far crescere la propria impresa. Questo potrebbe costituire un’ottima spinta per far sì che sempre più donne riconoscano le possibilità offerte dall’ambito digitale, sfruttandone le infinite opportunità.

Proprio a riguardo, il colosso dell’e-commerce Amazon ha lanciato una campagna fondi pari a 500mila euro per le donne imprenditrici nel settore della logistica. Dunque una valida opportunità per quelle donne che vogliono mettersi in gioco e creare una piccola start -up.

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Marianna Natale, Expert Recruiter