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Consumi: l’Italia alla prova del Coronavirus

di Redazione PMI.it

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Analisi Confcommercio degli effetti del Coronavirus sui consumi evidenzia lo stato di crisi: i dati peggiori degli ultimi 25 anni.

L’emergenza Coronavirus e il lockdown che ne è conseguito hanno portato dei cambiamenti importanti nel nostro Paese, modificando radicalmente molte delle abitudini di ognuno di noi con effetti non secondari sull’economia dell’intera nazione. Secondo un’analisi condotta da Confcommercio, tra gli impatti economici dell’emergenza Covid ci sono anche quelli derivanti dalle nuove abitudini di spesa degli italiani, che stanno portando ad un drastico calo dei consumi.

Vediamo in dettaglio cosa è emerso dallo studio (“Nota di aggiornamento sui consumi delle famiglie e le spese obbligate”).

Coronavirus: effetti sui consumi

Il confronto con i dati 2019 rende evidente lo stato di crisi in cui ci troviamo oggi a causa dell’emergenza Coronavirus. La flessione registrata ha portato i consumi al livello più basso registrato negli ultimi 25 anni: nel 2020 la spesa pro capite, al netto delle variazioni dei prezzi, risulta addirittura inferiore di 167 euro rispetto al 1995.

I volumi acquistati dalle famiglie sono crollati di -1.917 euro per residente nel 2020, rispetto al 2019.

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Secondo le stime di Confcommecio la perdita annua tra il 2019 ed il 2020 è stata del -10,9% in termini complessivi e del -10,6% in termini pro-capite. Gli italiani vanno a tagliare ovviamente le cosiddette spese libere, mentre quelle obbligate (affitti, manutenzioni, bollette, e smaltimento rifiuti) erodono quasi metà (44%) dei consumi degli italiani per oltre 4.000 euro pro capite.

Per quanto riguarda le spese commercializzabili, pari a 9.095 euro pro capite nel 2020, la componente principale è rappresentata dai beni in crescita dal 38,4% del 2019 al 40,6% nel 2020, mentre i servizi risultano per la prima volta in calo dal 1995 (dal 21% al 15,6%). È la prima volta dal 2007 che gli italiani spendono più per gli alimentari che per i servizi.

Le spese obbligate legate alla mobilità – assicurazioni, carburanti e manutenzione dei mezzi di trasporto –  erano già in calo prima del Coronavirus e ora fanno registrare un andamento ancora più negativo. In calo anche le spese sanitarie.

I capitoli di spesa sui quali incidono maggiormente i nuovi trend di acquisto ridotti sono quelli legati al tempo libero, viaggi e vacanze, mobilità, pasti fuori casa in totale controtendenza rispetto all’andamento degli ultimi anni.

Al contrario, tra le poche voci che hanno subito una spinta positiva post Covid-19 ci sono le spese legate all’alimentazione domestica, che ha fatto registrare un incremento di oltre due punti percentuali, arrivando al +17,4%.

Difficile stimare i tempi di ripresa, essendo legati a doppio filo al superamento dell’emergenza sanitaria ancora in atto.

Intanto, durante questa estate a rifiatare un po’ sono le attività commerciali e i ristoranti del litorale (+50% di entrate) e delle aree alpine e prealpine (+80% di fatturati e occupazione), queste ultime anche grazie alla vicinanza dei valichi con la Svizzera e l’Austria. Al contrario in città, con gli uffici e le fabbriche chiuse e senza la solita mole di turisti stranieri, i cali di fatturato sono importanti: tra il 30 e il 50%. Nelle città d’arte il 70% circa delle attività ha addirittura ritenuto più conveniente chiudere i battenti per questo periodo.

Negativi i dati relativi ai saldi estivi, secondo Federmoda Confcommercio dopo 15 giorni e più dall’inizio dei saldi si registra un calo complessivo di incassi nei negozi e nelle boutique di circa 1,4 miliardi con consumi sui 2,1 miliardi contro i 3,5 dell’anno scorso. Per il 74% dei commercianti le vendite sono diminuite nei primi 10 giorni di saldi rispetto al 2019, solo per il 14% le vendite risultano stabili e il 12% segnala un aumento.

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Ad accusare il colpo sono state soprattutto le aziende dei centri delle grandi città:

  • il 53% delle aziende evidenzia un calo del fatturato entro il 30% rispetto all’anno precedente;
  • nei centri delle grandi città si arriva a toccare il 70/80% in meno;
  • in periferia, nei centri minori e nelle località turistiche si registra qualche aumento.

Per ripartire secondo Federmoda Confcommercio auspica l’introduzione di contributi a fondo perduto, “bonus” per gli acquisti di abbigliamento e calzature e credito di imposta per la svalutazione dei magazzini, anche per riuscire a recuperare la stagione primaverile completamente persa, con molti prodotti che resteranno invenduti.

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