PMI italiane, pronte per il private equity?

di Paolo Iasevoli

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Il convegno appena conclusosi nella sede della Borsa ha delineato una situazione italiana piena di opportunità ma bisognosa di regole certe e chiare

«Negli USA la stragrande maggioranza delle operazioni sono quelle che coinvolgono imprese sotto i 25 milioni di dollari. Un numero notevole di operazioni è attorno ai 10 milioni di dollari come valore dell’impresa».

Queste le parole dell’ambasciatore Usa in Italia Ronald Spogli durante il convegno ‘Private equity per le medie imprese’ organizzato dalla American Chamber of Commerce in Italy a Milano e appena conclusosi.

Il private equity è uno strumento di finanziamento destinato principalmente alle società non quotate e gioca un ruolo fondamentale nel venture capital per la nascita di nuove imprese. Se negli Stati Uniti è una forma largamente diffusa, in Italia deve ancora affermarsi pienamente. Stando alle parole dell’ambasciatore, però, le opportunità ci sono.

Infatti è stato espresso da molti «operatori Usa l’interesse di conoscere meglio l’Italia per investire in questo Paese». E non sono solo le grandi imprese ad attirare l’attenzione, anche considerando il tessuto industriale italiano dominato da oltre 4 milioni di PMI.

Occorre «avere una visione più aggressiva» e puntare sulle realtà più piccole, la cui vitalità può portare a notevoli successi. Per dare sostegno alla sua tesi Spogli ha presentato il case study dell’azienda produttrice di piastrelle Marrazzi «che grazie all’intervento del private equity ha visto crescere fatturato e utile ma soprattutto ha potuto fare un’importante acquisizione in Russia».

Al convegno è intervenuto in videoconferenza anche il ministro per il Commercio Internazionale Emma Bonino: «gli imprenditori non possono ignorare il private equity, ma il private equity ha qualche difficoltà ad adattarsi ad un sistema economico di piccole e medie imprese».

La soluzione, secondo il ministro, è l’istituzione di «regole certe che allo stesso tempo devono essere leggere ed essenziali», anche per favorire i soggetti stranieri. Un’esigenza palesata anche dall’esplicita richiesta del cancelliere tedesco Angela Merkel che ha chiesto all’Italia più trasparenza in questo settore.

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