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Donne nate intorno al 1975: si allontana l’orizzonte della pensione

di Anna Fabi

6 Gennaio 2026 08:01

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Per le donne nata intorno al 1975 la pensione non è più una data certa ma un equilibrio precario tra contributi e soglie di sbarramento: cosa incide sull’uscita.

Chi è donna e nata intorno al 1975 si trova in una posizione previdenziale peculiare: troppo giovane per aver beneficiato delle vecchie regole retributive, troppo avanti con l’età per contare su carriere lineari e continue. È la prima generazione pienamente dentro il sistema contributivo, ma anche una delle più esposte a interruzioni lavorative, part-time e periodi di lavoro non continuativo. Per molte lavoratrici questo significa che la pensione non coincide con un’età ufficiale ma con un punto di equilibrio che va costruito nel tempo.

Il quadro di base: cosa prevedono oggi le regole

Per una lavoratrice nata nel 1975 il sistema di riferimento è integralmente contributivo. In assenza di deroghe, l’uscita ordinaria dal lavoro avviene con la pensione di vecchiaia a 67 anni + gli adeguamenti alla speranza di vita. La pensione anticipata, che oggi richiede 41 anni e 10 mesi di contribuzione (più finestra mobile) resta teorica per molte carriere femminili, soprattutto se frammentate.

Le misure “ponte” introdotte negli ultimi anni (come Opzione Donna, non più prorogata nel 2026) non rappresentano una soluzione strutturale: accessi ristretti, requisiti selettivi e ricalcolo integralmente contributivo hanno ridotto notevolmente la platea effettiva. Per molte nate a metà anni ’70, queste finestre restano marginali o non praticabili.

Adeguamento alla speranza di vita: cosa succede dal 2027 in poi

A partire dal 2027 tornerà ad applicarsi il meccanismo ordinario di adeguamento dei requisiti pensionistici all’andamento della speranza di vita, sulla base dei dati Istat. La Legge di Bilancio 2026 ha confermato questo ritorno, intervenendo solo in modo selettivo su alcune categorie, senza modificare l’impianto generale del sistema.

Per la generalità dei lavoratori, quindi, l’adeguamento scatterà con un incremento di un mese nel 2027 e di due mesi nel 2028, sia per la pensione di vecchiaia sia per quella anticipata. Questo significa che il requisito anagrafico oggi fissato a 67 anni potrà progressivamente spostarsi in avanti, mentre i requisiti contributivi per l’anticipata continueranno a crescere in parallelo.

La Manovra 2026 ha invece sterilizzato l’aumento per i lavoratori impegnati in attività usuranti e gravose, che non subiranno l’incremento di tre mesi previsto dal meccanismo automatico. Per tutte le altre categorie, invece, gli scatti restano pienamente operativi.

Applicando questo schema a una donna nata nel 1975, l’uscita ordinaria dal lavoro tende a collocarsi non prima del 2043–2044, ossia intorno a 68-69 anni, con un possibile slittamento successivo se gli adeguamenti continueranno con l’attuale ritmo. E sempre a patto di aver maturato un assegno pari almeno al trattamento sociale, altrimenti non spetta neppure.

La pensione anticipata, poi, diventa addirittura un miraggio: resterà accessibile solo a chi riesce a costruire una continuità contributiva molto elevata (perchè è parimenti soggetta a scatti), condizione che per molte carriere femminili risulta difficile da raggiungere.

Con il requisito dell’importo soglia l’età non basta più

Nel sistema contributivo, il raggiungimento dell’età pensionabile non è sempre sufficiente per accedere alla pensione. Oltre ai requisiti anagrafici e contributivi, è previsto un importo minimo dell’assegno sotto il quale la pensione non può essere liquidata.

Per la pensione di vecchiaia contributiva, l’importo maturato deve essere almeno pari a una soglia agganciata all’assegno sociale. In assenza di questo requisito, anche al compimento dell’età prevista dalla legge, l’uscita viene rinviata fino a quando l’importo non risulta sufficiente oppure fino al raggiungimento dell’età massima prevista come salvaguardia.

Questo meccanismo colpisce in modo particolare le carriere discontinue e i percorsi lavorativi caratterizzati da part-time prolungati, periodi di inattività o redditi bassi. Per molte donne nate nel 1975, il rischio non è solo quello di un assegno contenuto, ma quello di dover restare nel mercato del lavoro più a lungo per superare la soglia minima richiesta.

In pratica, il sistema non chiede soltanto “quanti anni hai”, ma anche “quanto hai accumulato”. È uno degli elementi che rende il pensionamento contributivo meno prevedibile rispetto al passato. E che spiega perché, per alcune lavoratrici, l’uscita effettiva possa slittare oltre l’età teorica indicata dalle norme.

Perché l’età anagrafica conta meno del percorso contributivo

Nel sistema contributivo, ciò che determina l’uscita non è solo l’età, ma il montante accumulato e il coefficiente di trasformazione applicato. Periodi di part-time, maternità non coperta da contribuzione piena, lavoro discontinuo o passaggi tra forme contrattuali diverse incidono in modo permanente sull’importo finale.

Per una donna del 1975 con carriere non lineari, il rischio concreto non è tanto quello di “andare in pensione tardi”, quanto di arrivare all’età di uscita con un assegno significativamente più basso rispetto alle aspettative. È qui che nasce lo slittamento previdenziale. Non un rinvio formale, ma una permanenza forzata nel lavoro per rendere sostenibile l’uscita.

Il nodo femminile: carriere più fragili, pensioni più lontane

Le donne nate intorno al 1975 hanno attraversato il mercato del lavoro in una fase di transizione. Meno tutele rispetto alle generazioni precedenti, più flessibilità, ma anche più precarietà. La maternità, spesso concentrata tra i 30 e i 40 anni, ha prodotto buchi contributivi che il sistema non compensa automaticamente.

Il risultato è un doppio effetto: montante contributivo più basso e coefficienti applicati in età non ottimale. Questo spiega perché, a parità di età anagrafica, molte donne si trovano a dover lavorare più a lungo per ottenere un assegno adeguato, oppure ad accettare pensioni sensibilmente ridotte.

Il vero spartiacque: cosa succede tra i 50 e i 55 anni

Per questa generazione, la fase decisiva non è l’ultimo anno di lavoro, ma il decennio che precede i 60 anni. È qui che si gioca la possibilità di colmare vuoti contributivi, rafforzare il montante e riequilibrare la traiettoria previdenziale.

Rinviare ogni valutazione confidando in future riforme espone a un rischio concreto: arrivare all’età pensionabile senza margini di manovra. Nel sistema contributivo, il tempo non è neutro: ogni anno perso pesa più di quanto sembri.

Una generazione senza scorciatoie

Per le donne nate nel 1975 non esistono scorciatoie previdenziali universali. La pensione non è una data scritta nella legge, ma il risultato di un percorso spesso irregolare. Comprendere questo punto è essenziale. Non per creare allarmismi, ma per leggere con lucidità una realtà che le regole attuali rendono strutturale.

In questo scenario, la vera differenza non la fa l’ultima riforma, ma la consapevolezza precoce di come funziona il sistema e di dove si accumulano ritardi difficili da recuperare negli anni finali.