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Pensioni e crescita: nuove politiche per il lavoro

di Barbara Weisz

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Conciliazione lavoro vita privata, organizzazione del lavoro, age management, formazione, gestione dei flussi migratori, riduzione costo del lavoro: report Itinerari Previdenziali.

Il sistema previdenziale italiano è più in salute di quanto non facciano pensare gli allarmi delle istituzioni internazionali, per avere un quadro della situazione rispondente alla realtà bisognerebbe innanzitutto riclassificare la spesa per le pensioni al netto dell’assistenza. Sul lungo periodo, ci vorrebbero interventi che sappiano combinare evoluzione demografica, ripresa del mercato del lavoro, rilancio della produttività e dell’economia.

Quindi politiche per l’occupazione, conciliazione lavoro vita privata, organizzazione del lavoro, age management, formazione, gestione dei flussi migratori coerente con le esigenze economico-occupazionali del Paese. Sono gli elementi del report dell’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate di Itinerari Previdenziali dedicato alla “Sostenibilità della spesa per pensioni in un’ipotesi alternativa di sviluppo“, di Alberto Brambilla, Gianni Geroldi, Claudio Negro, Paolo Onofri e Alessandro Rosina, presentato il 14 novembre al Cnel (centro nazionale economia e lavoro).

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I dati dell’Osservatorio sulla previdenza

I dati di partenza: dalla metà del 2014 alla prima parte del 2018, l’Italia ha vissuto una fase di crescita evidenziata sia dai dati sull’occupazione, che ha toccato uno dei tassi più elevati di sempre (il 58,7%, con circa 23,223 milioni di occupati tra i 15 e i 64 anni), sia da segnali positivi sulla tenuta del sistema pensionistico. Nel 2018, il rapporto occupati/pensionati si è attestato intorno all’1,45, il valore più alto degli ultimi 22 anni e molto prossimo a quell’1,5% di occupati individuabile come traguardo cui tendere per la stabilità di medio-lungo termine del sistema.

Gli allarmi, anche recenti, delle istituzioni internazionali (Ue, Fmi, Ocse), sono comprensibili in relazione alla spesa assistenziale fuori controllo (116 i miliardi stimati a carico della fiscalità generale per la spesa sociale nel solo 2018) e al debito pubblico (nel 2018, per i soli interessi sul debito sono stati spesi 62,536 miliardi).

Ma non sono invece giustificabili nel caso della spesa pensionistica pura che, al netto dei trasferimenti monetari di natura assistenziale, ha fatto segnare nell’ultimo quinquennio un incremento annuale dello 0,7%, uno dei più bassi dalla metà degli anni Novanta in poi.

Considerazioni sul sistema previdenziale italiano

La prima considerazione che viene fatta dal report è la necessità di un’analisi dettagliata degli elementi che sottostanno a queste previsioni (quadro demografico, andamento del mercato del lavoro, produttività e altri fattori di crescita economica) così da valutarne la fondatezza e, in un’ottica prospettica, anche le contro-misure da adottare per indirizzare l’Italia verso scenari più rosei.

I modelli previsionali adottati presentano dei limiti: un chiaro esempio riguarda la rendicontazione della spesa sociale.

Segnala Brambilla. Il dato presentato in sede europea ricomprende anche voci di spesa non strettamente correlate alle pensioni, aggravando di molto il giudizio, e la pressione, nei confronti del sistema pensionistico italiano.

Da qui, la proposta di riclassificare la spesa per le pensioni  al netto dell’assistenza, sull’esempio di quanto già fatto dall’INPS.

Sarebbe comunque sbagliato far cadere tutta la responsabilità dei richiami sulla sola presentazione dei dati.

Aggiunge però Brambilla. Bisogna ammettere che molti degli ultimi governi hanno «alimentato eccessivamente quel capitolo di spesa, sia per imperizia sia per convenienza elettorale». Fra l’altro, a fronte della mancanza di un’anagrafe dell’assistenza, per razionalizzare l’erogazione di tutte le prestazioni sociali.

Il futuro della previdenza italiana

Per gli anni a venire, ci sono spiragli per un migliore sviluppo dell’Italia attraverso interventi che sappiano combinare evoluzione demografica, ripresa del mercato del lavoro, rilancio della produttività e dell’economia. Adeguate politiche familiari e di conciliazione vita-lavoro per favorire l’aumento della natalità, da un lato, e una gestione dei flussi migratori coerente con le esigenze economico-occupazionali del Paese, dall’altro, potrebbero contrastare le più pessimistiche prospettive di “declino demografico”.

Per quanto riguarda specificamente il mercato del lavoro, segnala Brambilla:

L’ancora elevato tasso di disoccupazione dimostra come l’Italia sia comunque ben lontana dall’aver mobiliato tutti i soggetti in età di lavoro e può, anzi deve, contare, su un’ampia “riserva inutilizzata” di disoccupati, in prevalenza, giovani, donne e over 55, per rimpiazzare i lavoratori che accedono alla pensione.

Le strade da percorrere: ripensare l’organizzazione del lavoro, intervenire sulla distanza che separa il percorso formativo scolastico dalle esigenze del mercato, investire in attività di formazione specialistica e continua, impegnarsi nella messa a punto di misure di age management, favorire la flessibilità in uscita con strumenti poco onerosi per lo Stato come i fondi esubero e i fondi di solidarietà.

C’è anche una proposta specifica: intervenire sul sistema degli incentivi all’occupazione privilegiando, sul modello di quanto già fatto per Industria 4.0, il maxi-ammortamento del costo del lavoro piuttosto che la decontribuzione, che spesso finanzia attività di comodo o decotte creando occupazione instabile, e promuovendo investimenti pubblici e privati in ricerca e innovazione soprattutto nelle scienze biomediche, nella farmaceutica, nell’ICT.

L’occupazione non si crea in forza di legge, ma stimolando produttività e sviluppo che, ormai da troppi anni, sono a dir poco modesti in Italia.

Il problema è che da oltre 20 anni manca una vera politica industriale, cui si sommano infrastrutture obsolete, burocrazia spesso farraginosa, spesa pubblica troppo sbilanciata sulla sola spesa corrente e una classe politica alla ricerca del (facile) consenso elettorale da raggiungere con promesse di assistenza e sussidi più che con azioni concrete a favore delle giovani generazioni e del sistema tutto.

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