Le ipotesi al centro del dibattito sulla riforma pensioni 2027 non superano il test dei conti: l’uscita a 64 anni sarebbe sostenibile solo con 40 anni di contributi (mentre con 25 anni di contributi imporrebbe l’intervento dello Stato dopo pochi anni), le pensioni minime a mille euro costerebbero 18 miliardi e, senza adeguamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita, «il sistema di qui a 10-15 anni salta per aria». Lo ha spiegato a PMI.it Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, in questa intervista sulla previdenza pubblica e privata in Italia.
In sintesi:
- l’uscita a 64 anni sarebbe sostenibile solo con 40 anni di contributi e con un massimo di tre anni di contribuzione figurativa;
- portare le pensioni minime a mille euro costerebbe 18 miliardi, una spesa che andrebbe soprattutto al 44% dei pensionati con circa 20 anni di contributi, di cui 8-10 figurativi, cioè a prestazioni praticamente di natura assistenziale;
- con i pensionati a quota 16 milioni e 400mila in Italia, l’equilibrio del sistema è garantito solo dal costante adeguamento del requisito pensionistico alle aspettativa di vita;
- la quota a capitalizzazione sarebbe difficile da introdurre nel sistema pensionistico, visto che il 33% di contributi è già a carico di lavoratori e imprese;
- l’adesione automatica ai fondi pensione garantisce intanto 350mila iscritti l’anno per cinque anni e 24 miliardi nei primi otto.
- previdenza complementare in crescita con stima di 350mila iscritti automatici l’anno e 24 miliardi in più nei primi otto anni di applicazione, oltre ai 20 miliardi che resterebbero nei fondi al posto dei 5,1 miliardi usciti nel 2025 tra riscatti, RITA e rendite assicurative.
Pensione a 64 anni, sostenibile solo con 40 anni di contributi
Al centro del dibattito sulla riforma pensioni 2027 c’è la proposta di uscita a 64 anni con ricalcolo contributivo e 25 anni di contributi, lanciata a fine agosto dal sottosegretario al Lavoro Durigon ma aspramente criticata dai sindacati per le penalizzazioni che comporterebbe. Il parere di Brambilla è tecnico: «per ritirarsi a 64 anni salvaguardando al contempo l’equilibrio del sistema bisogna chiedere almeno 40 anni di contributi, con al massimo due o tre anni di contribuzione figurativa».
Quindi, uscire a 64 anni di età con 25 anni di contributi non è sostenibile? La risposta di Brambilla a PMI.it è molto chiara: «è una follia, anche con il contributivo puro che diminuisce l’importo, perché comunque dopo qualche anno deve intervenire lo Stato».
Pensioni minime da mille euro, un costo da 18 miliardi
No anche all’innalzamento delle pensioni minime. Il trattamento minimo INPS nel 2026 è di 611,85 euro al mese, che salgono a 619,80 euro con l’incremento transitorio dell’1,3%, e su quel valore si calcola l’integrazione al minimo. «Portarle a mille euro costa 18 miliardi. Con il debito pubblico che abbiamo, i bassi tassi di occupazione e l’alta frequenza di assistenza, non è sostenibile».
«Noi oggi abbiamo troppi casi di pensione di vecchiaia con 20 anni di anzianità contributiva di cui dieci di contribuzione figurativa. Sono fondamentalmente pensioni assistenziali».
«Le 100mila pensioni in più di quest’anno «sono trattamenti che per lo più vanno a 67enni con 20 di contributi di cui magari 8-10 assistenziali. Se non ci fosse la minima, prenderebbero 200-250 euro di pensione. E rappresentano il 44% della popolazione pensionistica. Non hanno mai pagato tasse e contributi, o quasi, e noi diamo loro 700 euro che qualcuno vorrebbe portare a 1000. Ripeto: in questo modo il sistema non regge».
Età pensionabile, congelamento scatti troppo rischioso
Brambilla non è favorevole a nessuna delle proposte politiche di riforma pensioni 2027 da inserire nella prossima Manovra di Bilancio. Neppure a quella sul blocco degli scatti legati alle attese di vita. In mancanza di novità normative, lo ricordiamo, dal 2027 l’età pensionabile sale di un mese e nel 2028 di altri due, sia sulla vecchiaia sia sull’anticipata: sono i requisiti futuri per la pensione già fissati dalla Legge di Bilancio 2026, che il dibattito politico punta a congelare.
«Nonostante siano state limitate le ipotesi di flessibilità in uscita, il numero dei pensionati è aumentato di ben 100mila persone quest’anno, per cui siamo arrivati quasi a 16 milioni 400mila pensionati. Ricordo che nel 2019 eravamo 16 milioni, quindi abbiamo 400mila unità in più. È un dato che deve far riflettere». In altre parole, per Brambilla non si può pensare di congelare l’età pensionabile.
Con gli adeguamenti, i mesi aggiuntivi spostano in avanti il calcolo della decorrenza ma, senza questo sacrificio, non è pensabile che il sistema tenga a lungo. Brambilla non ha dubbi: «se non adeguiamo l’età di pensionamento all’aspettativa di vita, il sistema di qui a 10-15 anni salta per aria. I nostri politici guardano al voto imminente, ma seriamente dovrebbero porsi un orizzonte più ampio».
Quota a capitalizzazione, modello tedesco non replicabile
Il presidente di Itinerari Previdenziali, infine, non ritiene applicabili in Italia neppure soluzioni come quelle allo studio in Germania, con l’introduzione di una quota a capitalizzazione sull’esempio svedese: il modello tedesco a capitalizzazione parte nel 2028 con una quota del 2% della retribuzione. «Una quota di capitalizzazione è possibile se i versamenti contributivi sono relativamente bassi, ed è quindi possibile incrementarli. In Italia abbiamo già il 33% di contributi a carico di lavoratori e imprese, mi pare difficile aggiungere una quota ulteriore. Sostanzialmente, noi facciamo la capitalizzazione con la previdenza complementare».
Riforma pensione complementare, le stime sui fondi pensione
Il secondo pilastro è la leva su cui Itinerari Previdenziali vede positivi margini di intervento, ed è l’unico capitolo della riforma che riceve davvero un giudizio positivo: l’adesione automatica dei neoassunti, in vigore dal 1° luglio 2026, «funziona bene, e anzi va ulteriormente perfezionata». «Supponendo un’età di ingresso a 22 anni – spiega Brambilla –, verranno iscritti automaticamente circa 350mila lavoratori all’anno per i prossimi cinque anni»; in uesto modo confluiranno nei fondi pensione «oltre 24 miliardi in più nei primi otto anni».
Una seconda stima riguarda le nuove modalità di erogazione, dalla rendita a durata definita ai prelievi frazionati. Riscatti, prestazioni in forma di RITA e trasformazioni in rendita assicurativa nel 2025 sono valsi 5,1 miliardi: trattenendo quelle somme, secondo Itinerari Previdenziali il patrimonio dei fondi pensione crescerebbe di altri 20 miliardi in otto anni.