Trovare lavoro? Basta la password di Facebook

di Redazione PMI.it

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Chiedere i dati di accesso a Facebook in fase di colloquio di lavoro: una pratica diffusa negli USA ma condannata a livello internazionale.

Una violazione della privacy personale e anche una sottile forma di discriminazione: nell’era digitale basta dare la password del proprio profilo Facebook al recruiter di turno per ottenere un impiego, ma basta anche negare questa preziosa chiave di accesso per essere esclusi da una selezione.

Succede solo negli USA, almeno per ora, ma si tratta di una pratica che sta destando non poche polemiche a livello internazionale.

In molte pubbliche amministrazioni di alcuni stati come il Maryland, infatti, la ricerca di nuove figure da inserire nell’organico non si basa più sul curriculum vitae di ciascun candidato, o sulle sue esperienze e competenze professionali, ma la priorità viene data alla valutazione del profilo Facebook e della casella di posta elettronica, analizzate non dall’esterno ma attraverso le credenziali dei diretti interessati.

Un trend – in piena diffusione anche in molti istituti scolastici – che stando a quanto riportato dai tabloid statunitensi ha ottenuto l’aspra critica da arte dell’American Civil Liberties Union (Aclu), l’associazione americana garante delle libertà civili che si è attivata immediatamente per porre fine alla pratica. Un esempio emblematico è quello della University of North Carolina, dove per entrare a far parte di un’associazione sportiva è obbligatorio permettere allo staff di monitorare i propri movimenti sui social network, spesso con l’ausilio di software specializzati in questa forma di “spionaggio”.

La condanna verso questo tipo di selezione e violazione della privacy arriva non solo dall’Aclu ma anche dallo stesso portavoce di Facebook. Frederic Wolens ha infatti ribadito che: “Secondo le nostre regole solo il possessore dell’indirizzo di posta elettronica e della password è considerato il proprietario dell’account Facebook. Noi vietiamo a chiunque di richiedere le informazioni di accesso che appartengono a un altro soggetto“.

Ma cosa succede in Italia? Che la reputazione virtuale sia ormai diventata fondamentale per chi cerca lavoro è un dato di fatto, con sempre più aziende che basano la scelta del personale anche sulle informazioni reperite in rete. Un profilo virtuale vale più di un curriculum, e fare in modo che sia il più lindo possibile rappresenta una mossa vincente, ma c’è un limite a tutto.