Ubs fa i nomi. È la fine del segreto bancario?

di Lelio Simi

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Cede lo storico muro eretto dai banchieri elvetici a difesa della più assoluta privacy dei loro clienti. È stata aperta una piccola crepa oppure una voragine? Di certo qualcosa è cambiato. Per sempre

L’Ubs, il più importante gruppo bancario svizzero (27.262 dipendenti e una massa monetaria gestita di 400 miliardi di euro), ha firmato, mercoledì 19 agosto, l’accordo extragiudiziale con il fisco americano: la banca fornirà alle autorità  statunitensi i nomi di 4.450 clienti. In compenso non dovrà pagare alcuna multa. Si chiude così un lungo e difficile braccio di ferro tra Washington e Berna.

Anche nell’immaginario collettivo, la Svizzera rappresenta (rappresentava?) il luogo più sicuro per custodire segreti da tenere lontano da occhi indiscreti. Basterebbe chiedere a un qualsiasi appassionato di spy story per avere una lista praticamente infinita di romanzi o film nei quali la trama ruoti, in un modo o nell’altro, attorno a documenti, denaro o preziosi nascosti in un caveau di una banca elvetica. E adesso che fine farà quel formidabile vantaggio competitivo per gli istituti rossocrociati?

«Nulla sarà come prima», aveva scritto, già all’indomani dell’annuncio dell’accordo conciliativo la stampa elvetica. La firma segna indubbiamente una data storica, ma, dicono le autorità svizzere, l’istituzione del  segreto bancario è salva. «Questo accordo – ammette in una nota ufficiale Kaspar Villiger presidente della Ubs – aiuta a risolvere una delle questioni più pressanti per Ubs». Sì perché il documento firmato innanzitutto evita il processo a carico del colosso svizzero e pone, comunque dei paletti in materia di assistenza amministrativa. In particolare rinvia le autorità fiscali degli altri Stati alle condizioni fissate dagli standard Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sull’evasione fiscale che la Svizzera peraltro ha già accettato dallo scorso marzo. Dunque davvero «La migliore di tutte le cattive soluzioni» come ha titolato un importante quotidiano svizzero?

Un dato è certo: l’attività negli Usa rappresenta per Usb, circa un terzo del peso complessivo dell’istituto di credito nel mondo. Non solo, tra gli elementi da tenere di conto in questa vicenda c’è che l’Ubs è la banca non americana che più ha risentito della della crisi derivata dagli assets “tossici”: evitare lo scontro frontale con il governo americano significa quindi non perdere altri soldi e non correre il rischio di un sequestro dei propri beni negli Usa. Un accordo per i banchieri svizzeri era praticamente obbligatorio.

In realtà, però, il fisco americano aveva inizialmente preteso ben 52mila nominativi di titolari di conti. Dunque quelli che finiranno nella rete degli esattori americani rappresentano nemmeno un decimo delle richieste iniziali di Washington. Niente più che un contentino, sottolinea più di un analista.

Insomma il successo del fisco a stelle e strisce è storico ma parziale e la diplomazia elvetica non sembra davvero uscire del tutto sconfitta dalla vicenda: ha sì dovuto rinegoziare le regole del segreto bancario che, certo, non sarà più applicato nei termini che lo hanno distinto fino ad oggi, ma lo ha fatto dettando i tempi e le modalità di questo cambiamento e, soprattutto, secondo le proprie leggi. E se questa non è una vittoria, le assomiglia molto.