La Cina all’attacco del dollaro

di Lelio Simi

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Nessun'altra nazione al mondo ha accumulato riserve in valuta pregiata quanto la Cina: oltre 2.000 miliardi di dollari. Ma adesso Pechino teme una svalutazione del suo enorme patrimonio. E mette in discussione la leadership del dollaro

La Banca popolare cinese ha messo in cassaforte riserve in valuta straniera a ritmi vertiginosi in questi ultimi anni. Soltanto nel secondo trimestre del 2009 sono 178 i miliardi accumulati dal Dragone cinese che supera quindi i 2.000 miliardi di riserve (2.132 come precisa nel proprio sito la Banco popolare cinese). Una cifra che equivale, fa notare il Financial Time, a due volte la produzione economica annuale della stato di New York.

Un incremento di quasi 80 miliardi di dollari l’anno derivante dai soli utili relativi dagli interessi. Una massa monumentale di valuta straniera (composta per due terzi da dollari americani) che, secondo molti esperti, senza un cambiamento di strategia da parte di Pechino rischia di aumentare a dismisura, esponendo così le riserve cinesi ai rischi di un brusca perdita di valore legata alla svalutazione della moneta americana: «e una simile minaccia è improvvisamente divenuta più concreta, a causa della drammatica vulnerabilità del bilancio Usa», ha scritto il Wall Street Journal qualche settimana fa. Non a caso, già a marzo, proprio la Cina aveva proposto di rimpiazzare, con un’altra valuta, il dollaro come moneta di riserva internazionale.

Lo scorso mese di luglio la Cina ha reso noto, attraverso le dichiarazioni del premier di Pechino Wen Jiabao rilasciate al Financial Time, di aver preso la decisione di sbloccare le riserve attraverso il lancio di un nuovo piano di investimenti e acquisizioni. A beneficiarne dovrebbero essere prima di tutto le grandi compagnie statali come PetroChina, Chinalco, China Telecom e Bank of China. Ma soprattutto Pechino, nella sua politica di investimento, snobberebbe i mercati consolidati, a cominciare da Wall Street, puntando in maniera decisa sulle economie dei paesi emergenti in Africa, America Latina e nel resto dell’Asia. Soprattutto perché la Cina è assolutamente intenzionata a utilizzare le proprie riserve per acquisire imprese, attività reali e occupare nuove aree di mercato. Cosa al momento molto difficile da fare nel mercato statunitense ed europeo viste le resistenze dovute proprio al timore di vedere significativamente intaccata da parte degli Stati Uniti la propria leadership.

Non sorprende affatto che, proprio in questi giorni, sia venuta la conferma ufficiale di una visita del presidente americano Barack Obama in Cina a metà novembre. «Entro la fine dell’anno, dovremmo essere in forma migliore quanto non mai nelle relazioni tra Usa e Cina», ha dichiarato alla stampa internazionale il nuovo ambasciatore Jon Huntsman, prevedendo evidentemente che i temi caldi sul tavolo diplomatico saranno parecchi e di non semplice soluzione.