Aumento IVA su aliquote agevolate: PMI in rivolta

di Barbara Weisz

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La UE chiede all'Italia di aumentare l'imposta sul valore aggiunto per i prodotti su cui gravano le aliquote del 4% e 10%: reazioni negative di Confcommercio, Cgia Mestre e Confesercenti.

Possibile aumento IVA per le aliquote del 4% e 10%: lo ha suggerito la UE all’Italia ma commercianti e artigiani sono già sul piede di guerra, ancora scottati dagli effetti sui consumi causati dall’aumento IVA al 22%. Indiscrezioni di stampa danno l’ipotesi come al vaglio del ministero dell’Economia (al Tesoro è da tempo che i tecnici cercano di capire su quali agevolazioni fiscali intervenire per fare cassa, e secondo il Messaggero una delle possibilità è proprio la revisione delle aliquote IVA agevolate), tuttavia il delegato ai rapporti con la UE, Sandro Gozi, ha subito dichiarato:

“siamo convinti della necessità di fare le riforme per il nostro Paese. Ma tempi, contenuti e modalità li decidiamo noi”. L’aumento IVA “è un tema di cui non abbiamo mai discusso. Sappiamo che Bruxelles pone da tempo questo problema, ma non l’abbiamo mai affrontato”.

Per il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, inoltre, “l’impegno del governo è di non aumentare le tasse”.

La raccomandazione UE

Bruxelles indica all’Italia come strada da seguire quella di spostare il carico fiscale da redditi e produzione sui consumi. E visto che l‘aliquota al 22% è già alta, i margini per intervenire riguardano le altre due, particolarmente agevolate rispetto agli standard europei (per i quali il tetto minimo dovrebbe essere il 5%). In parte, il Governo su questo fronte ha già agito portando dal 4 al 10% l’IVA sui distributori automatici di alimentari, ma non si esclude che in vista possano esserci altre operazioni di questo tipo.

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Prodotti a rischio

Ricordiamo quali sono i prodotti su cui sia applicano le due aliquote agevolate. Pagano l’IVA al 4% alcuni generi alimentari (frutta e verdure, latte fresco, formaggi, burro, olio d’oliva, riso, pane, pasta, farina), libri, giornali e riviste, occhiali, lenti a contatti e materiali terapeutici, mense aziendali e scolastiche. L’aliquota è invece al 10% per carne, pesce, salumi, latte conservato, yogurt, uova, zucchero, cioccolato, tè, spezie, marmellate, acque minerali, birra, aceto, ristoranti e bar, cinema e teatri, alberghi, pensioni e villaggi vacanze, trasporti, medicinali, raccolta rifiuti, elettricità, gasolio e gas.

Aumento IVA: conseguenze

Immediate le reazioni del mondo produttivo, soprattutto degli esercenti. Confcommercio auspica che le indiscrezioni siano destituite di ogni fondamento perché, viceversa:

«si commetterebbe un macroscopico errore economico e si e colpirebbero soprattutto i redditi medio bassi che hanno beneficiato del bonus di 80 euro, neutralizzandone il potenziale benefico effetto». Con «imprese che chiudono, deflazione in atto, consumi fermi al palo, produzione industriale ancora in caduta, redditi delle famiglie tornati al 1986, un quadro economico ancora molto contraddittorio e una ripresa ancora tutta da costruire, l’eventuale aumento dell’IVA sarebbe il colpo di grazia per imprese e famiglie».

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Sulla stessa linea Confesercenti, che piuttosto ritiene che la strada da seguire per tornare alla crescita sia quella di intervenire su «sprechi e spese inutili della pubblica amministrazione», senza aumentare «ulteriormente la pressione fiscale, già a livelli insostenibili»:

«In una situazione di disastro dei consumi, non vogliamo credere che si mettano ancora le mani sull’IVA. Sarebbe davvero una follia, specie in una situazione nella quale l’Italia è già con un piede nella deflazione: anche se si trattasse di uno spostamento selettivo di beni dalle aliquote più basse, quelle del 4% e del 10%, un’ulteriore caduta dei consumi sarebbe infatti inevitabile». Questo, perché «si sottrarrebbe una serie di beni alle possibilità di acquisto di vasti ceti popolari, con un ritorno certamente inferiore alle attese in termini di gettito. Senza contare che il ritocco verso l’alto dell’IVA è un metodo brevettato per raddoppiare le chiusure di imprese nel commercio e nel turismo, già oltre quota 50mila nei primi 8 mesi del 2014, con i conseguenti ovvi effetti su occupazione e PIL».

Dalla Cgia di Mestre, commenta il segretario Giuseppe Bortolussi:

«se dovessero essere ritoccate all’insù le aliquote agevolate dell’IVA, a pagare il conto sarebbero soprattutto le famiglie meno abbienti». Fra l’altro, «il 98% delle imprese italiane ha meno di 20 addetti e la stragrande maggioranza di queste attività produce o vende i propri servizi per il mercato interno. Se dovessimo subire l’ennesimo aumento dell’IVA, quest’ultime risentirebbero pesantemente degli effetti negativi di tale scelta».