La nuova tassa da 2 euro sui pacchi provenienti dalla Cina sta mostrando diversi punti deboli. Non soltanto i flussi non si sono interrotti ma emergono anche pratiche di aggiramento che riducono l’efficacia complessiva della misura.
A pagarne le conseguenze sono le imprese dell’e-commerce che restano fuori da tali “soluzioni alternative” e quelle che restano comunque sconfitte dalla concorrenza extra-UE.
Come viene aggirata la tassa sui pacchi dalla Cina
Il contributo da 2 euro sui pacchi extra UE di valore ridotto (sotto i 150 euro), spesso associati alle spedizioni dalla Cina e da piattaforme, è stato giustificato dal Governo come strumento di compensazione per i costi dei controlli doganali ma in realtà è un chiaro deterrente contro le importazioni concorrenziali di prodotti a basso costo paesi dove la manodopera ha un costo inferiore, incidendo sul prezzo finale del prodotto.
Nella pratica, il contributo in vigore dal 1° gennaio 2026 non ha affatto bloccato l’arrivo delle merci. Al contrario, si è assistito a una riorganizzazione delle spedizioni in modo tale da aggirare o neutralizzare l’impatto del contributo.
Come? Utilizzando hub logistici intermedi all’interno dell’Unione Europea oppure optando per vettori a basso costo come il trasporto su gomma al posto di quella aereo o marittimo.
Il risultato è un calo formale delle spedizioni dirette soggette alla tassa, a fronte di un flusso di merci che continua a raggiungere il mercato italiano attraverso canali alternativi.
Penalizzazioni e distorsioni di mercato
L’impatto della tassa sui pacchi dalla Cina evidenzia quindi una contraddizione. Da un lato, il numero delle spedizioni ufficialmente registrate risulta in diminuzione; dall’altro, il volume complessivo delle merci immesse sul mercato non sembra ridursi in modo proporzionale.
Questo squilibrio comporta una perdita di entrate per l’Erario e crea distorsioni competitive, penalizzando gli operatori che rispettano pienamente le regole rispetto a chi sfrutta margini normativi e logistici.
La richiesta di rinvio del contributo nazionale nel 2026
Alla luce dei risultati ottenuti, si rafforza la richiesta di rinviare l’applicazione del contributo nazionale, per valutarne l’efficacia e per coordinare l’intervento con una strategia più ampia a livello europeo (che a sua volta prevede un contributo da 3 euro a partire da luglio 2026).
Il timore, infatti, è che questa applicazione italiana, isolata e non armonizzata, finisca solo per colpire il sistema logistico nazionale senza incidere realmente sui fenomeni di concorrenza sleale.