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Startup Geeks: come imparare dagli errori

di Alessio Nisi

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Storie ed errori dei founder, per imparare a rialzarsi dopo un fallimento: a Campus Party Italia abbiamo intervistato Startup Geeks e scoperto la loro community.

Sono una coppia nella vita e nel lavoro, da gennaio 2019 hanno lasciato un posto fisso in Germania e sono tornati in Italia per raccontare il mondo delle startup. Il progetto si chiama Startup Geeks e Giulia D’Amato e Alessio Boceda, rispettivamente 28 e 29 anni, modenesi, sono i founder di questo progetto.

Alessio ha un background in Management e 4 anni di esperienze lavorative nei team digital di Amazon e nella multinazionale tedesca Beiersdorf. Giulia, laureata in Comunicazione, viene da esperienze lavorative in startup in ambito Fitness. Li abbiamo incontrati al Campus Party Italia 2019, dove, insieme a Lorenzo Tancredi (CEO del gruppo Linetech), hanno tenuto il talk Falliamo a voce alta.

Che poi è anche il nome di un censimento (sempre all’interno di Startup Geeks) un po’ speciale: permette, non solo ai founder ma anche agli altri membri del team di startup fallite, di raccontare in modo anonimo la propria esperienza, contribuendo così all’educazione sul tema.

Di startup, di progetti innovativi, del fallimento come crescita, abbiamo parlato con Alessio e Giulia. Ecco cosa ci hanno detto.

Di cosa si occupa Startup Geeks?

Startup Geeks è nato a fine 2018 come progetto editoriale, poi si è trasformato in community, che ora è il nostro focus.

L’obiettivo è rendere il mondo delle startup italiane conosciuto, attrattivo e connesso.

Lo facciamo attraverso interviste ai fondatori di startup e la creazione di ebook sulle startup italiane verticali in determinati settori. Vogliamo far scoprire le startup ai giovani e renderle più attrattive sotto il profilo del lavoro.

In che cosa si differenzia da altri progetti simili?

Non ci occupiamo di news ma cerchiamo di concentrarci sul percorso professionale dei founder, spiegando quali sono i loro dubbi, le difficoltà, cosa hanno imparato e cosa hanno da raccontare agli altri founder.

Perché i founder?

Parliamo con startup early stage e spesso il team è molto piccolo.

I founder sono quelli che hanno avuto l’idea ma anche quelli che hanno provato a portarla avanti, hanno trovato gli investitori, hanno fallito, hanno pivotato l’idea.

Come scegliete le startup da raccontare?

Prima di raccontare i founder, parliamo al telefono con loro per capire se sono adatti ad un’intervista. Non ci basiamo sui numeri, ma soprattutto sulle esperienze che hanno da raccontare in termini di errori affrontati, e magari superati, e di best practice.

L’obiettivo è generare conoscenza per quelli che sono un po’ più indietro.

Parliamo di Falliamo a voce alta.

In Italia è difficile trovare dati sul fallimento delle startup. Anche in termini linguistici, nel nostro Paese fallire ha connotazioni morali, all’estero no.

Questo causa omertà e silenzio sul tema. Finché non si sa cosa è andato storto agli altri, si fa fatica a prevenire noi stesso.

Obiettivo: far emergere le vulnerabilità di un progetto innovativo.

Vogliamo raccontare quanto imparato da queste esperienze. La domanda è: cosa si può imparare dagli errori che hai compiuto.

Quali gli errori più ricorrenti di una startup?

In base alla survey (per ora 30 risposte, 100 per fine anno):

gli errori più frequenti sono legati al team sbagliato e al modello di business.

In tema di fallimenti, cosa vi ha stupito di più?

La maggior parte delle startup non conosce il diretto competitor o chi sta facendo una cosa simile.

Cosa fare per non fallire?

Stare sul mercato. Essere flessibili. Capire che il proprio business model potrebbe cambiare.

Ecosistema italiano delle startup: dove si sta andando?

L’ecosistema si sta democratizzando sotto il profilo degli investimenti, da qui la crescita dell’equity crowdfunding. C’è ancora hype ed euforia. Ma l’equity crowdfunding ha abbassato il livello di accesso:

c’è meno attenzione al rischio e più all’opportunità da cogliere.