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Dazi USA, il Parlamento UE sblocca l’intesa ma impone tutele

di Teresa Barone

30 Marzo 2026 09:28

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L’Eurocamera approva la sua posizione sull’intesa di Turnberry, ma vincola le preferenze tariffarie al rispetto degli impegni USA.

Il Parlamento europeo ha rimesso in moto il dossier sui dazi USA-UE ma senza consegnare ancora il via libera definitivo all’intesa. L’Eurocamera ha infatti approvato la propria posizione su due testi che attuano gli aspetti tariffari dell’accordo di Turnberry, introducendo una serie di garanzie che legano le concessioni europee al comportamento effettivo di Washington.

La partita resta tuttavia aperta e per il commercio transatlantico si continua a procedere su un terreno instabile.

La posizione dell’Europarlamento

L’Europarlamento non ha ratificato in via definitiva l’accordo ma ha adottato la propria posizione negoziale su due proposte legislative presentate dalla Commissione per attuare gli impegni tariffari assunti nell’estate 2025 tra Unione Europea e Stati Uniti. Adesso si apre il confronto con i governi dell’Unione sulla versione finale dei testi.

Più che di “via libera finale”, dunque, occorre parlare di sblocco del dossier e di mandato negoziale rafforzato, con una linea parlamentare più prudente rispetto all’impianto originario della Commissione.

Le clausole inserite per blindare l’intesa

Il Parlamento ha approvato la propria posizione aggiungendo quattro livelli di tutela.

  1. Il primo è la clausola di sospensione, che consentirebbe di fermare in tutto o in parte le preferenze tariffarie se gli Stati Uniti imponessero nuovi dazi, superassero il tetto concordato del 15% oppure adottassero misure discriminatorie o coercitive verso l’Unione.
  2. Il secondo presidio è la sunrise clause, che lega l’entrata in vigore delle preferenze tariffarie al rispetto degli impegni americani.
  3. Il terzo è la sunset clause, che fissa la scadenza del regolamento principale al 31 marzo 2028, salvo rinnovo attraverso una nuova proposta legislativa.
  4. Il quarto elemento è un meccanismo di salvaguardia, che permette alla Commissione di intervenire se un aumento delle importazioni dagli Stati Uniti dovesse creare danni seri all’industria europea.

Perché il dossier era rimasto fermo

Il Parlamento aveva congelato il fascicolo dopo settimane di tensioni crescenti con Washington, tra nuove minacce tariffarie, dazi aggiuntivi su alcuni prodotti europei e lo scontro politico aperto da Donald Trump sulla Groenlandia. In questo contesto, il timore a Bruxelles era approvare concessioni tariffarie senza un argine sufficiente contro ulteriori cambi di linea da parte americana.

È per questo che il testo parlamentare è diventato più complesso rispetto all’impostazione originaria. Il relatore Bernd Lange ha legato apertamente il sì dell’Aula alla presenza di garanzie forti e alla piena attuazione degli impegni USA, mentre da Washington l’ambasciatore Andrew Puzder ha sollecitato un’approvazione rapida, definendola un passaggio necessario per evitare un nuovo deterioramento dei rapporti commerciali.

Che cosa prevede l’intesa di Turnberry

L’accordo politico raggiunto nel 2025 a Turnberry resta il punto di partenza. Nella sua architettura originaria, l’Unione Europea si impegna a ridurre o eliminare gran parte dei dazi su beni industriali statunitensi e ad ampliare l’accesso preferenziale per una serie di prodotti agricoli e ittici USA. È lo stesso impianto dell’intesa sui dazi USA al 15%, che aveva fissato una cornice di compromesso dopo mesi di guerra commerciale.

L’Europa concede aperture tariffarie mentre pretende dagli Stati Uniti il rispetto del tetto massimo del 15% e la rimozione delle distorsioni che hanno continuato a pesare su comparti con contenuto di acciaio e alluminio. Per questo il Parlamento ha trasformato il passaggio legislativo in una verifica di affidabilità dell’interlocutore americano.

Per le PMI italiane il problema non è chiuso

Prima è arrivata la definizione dell’accordo quadro, poi il conto dei costi per le PMI italiane, quindi il capitolo dei rimborsi sui dazi USA dopo la sentenza americana che ha colpito parte dell’impianto unilaterale costruito da Trump. Il voto di Strasburgo aggiunge adesso un tassello nuovo: l’Europa accetta di andare avanti, ma lo fa lasciandosi aperta una via d’uscita se Washington dovesse cambiare ancora le regole del gioco.

Per le imprese italiane la traiettoria dei dazi USA continua dunque a restare esposta sia alle scelte della Casa Bianca sia all’esito del negoziato europeo sui testi finali. Il tema non è soltanto tariffario: è anche di prevedibilità, perché chi esporta ha bisogno di sapere quali condizioni resteranno in piedi tra pochi mesi e quali invece potranno essere rimesse in discussione.

La strategia politica di Bruxelles

La vera novità del voto sta nel segnale politico. L’Eurocamera dice sì all’intesa però prova a sottrarre il commercio transatlantico alla logica del fatto compiuto. In pratica, il Parlamento riconosce che rompere con gli Stati Uniti avrebbe un costo alto per l’economia europea, ma rifiuta di trasformare l’accordo in una concessione unilaterale senza contropartite verificabili.

Per questo, il dossier resta centrale anche per le imprese italiane che si muovono fra export, filiere e investimenti esteri. Se il negoziato con il Consiglio confermerà l’impianto uscito da Strasburgo, l’Unione arriverà al voto finale con uno strumento più difensivo rispetto a quello immaginato in origine. Se invece parte delle garanzie dovesse essere alleggerita, tornerà a farsi largo la domanda che accompagna da mesi tutta la vicenda: quanta stabilità reale può offrire un accordo commerciale costruito sotto minaccia di nuovi dazi.