Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili formula una serie di proposte emendative alla Legge di Bilancio 2026 in sede di audizione in commissione al Senato, criticando i nuovi limiti alle compensazioni, la norma che subordina alla regolarità fiscale e contributiva i pagamenti della pubblica amministrazione ai professionisti e la tassazione del dividendo al socio di minoranza, che si configura come una sorta di doppia imposizione.
Parere negativo anche sulle novità in tema di tassazione degli imprenditori e dei liberi professionisti, chiedendone l’eliminazione o eventualmente proponendo modifiche migliorative.
Vediamo nel dettaglio.
La stretta sulle compensazioni
Partiamo dalle compensazioni. La Manovra 2026 introduce un nuovo paletto, estendendo a tutti i contribuenti il divieto di utilizzare crediti di imposta in compensazione per pagare contributi previdenziali e premi assicurativi. Questo, applicando il divieto non solo ai crediti d’imposta derivanti dalle detrazioni edilizie ma a tutti quelli che non derivano dalla dichiarazione dei redditi.
Il nostro ordinamento, sottolineano il CNDCEC, «già prevede limiti alla compensazione dei crediti d’imposta diversi da quelli emergenti dalla liquidazione delle imposte». Ad esempio le banche non possono usare i crediti Superbonus ed edilizi per compensare contributi previdenziali e premi assicurativi (è la norma che ora si vuole estendere a tutti i contribuenti). Non si possono utilizzare le compensazioni per il pagamento delle cartelle esattoriali, oppure ci sono limitazioni per i contribuenti con debiti fiscali superiori a 100mila euro. Fra l’altro, la manovra propone di abbassare questa soglia a 50mila euro.
I Commercialisti propongono di abolire la disposizione in manovra, oppure di «limitarne l’ambito soggettivo di applicazione alle imprese di grandi dimensioni», in modo da non penalizzare le PMI e i lavoratori autonomi. E chiedono una modifica della decorrenza, legandola al momento in cui è maturato il credito e non a quello in cui si effettua l’operazione. Quindi, la misura secondo i commercialisti andrebbe eventualmente applicata non a partire dalle compensazioni effettuate dal primo luglio 2026, ma all’utilizzo dei crediti d’imposta sorti o acquistati successivamente al primo gennaio 2026.
I pagamenti della PA ai professionisti
La norma sui pagamenti ai professionisti da parte della PA, subordina il pagamento delle fatture alla verifica della loro regolarità fiscale e contributiva. In pratica, sottolinea l’ordine dei commercialisti in audizione, «il professionista incaricato dalla pubblica amministrazione sarà tenuto a produrre la documentazione comprovante la regolarità fiscale e contributiva contestualmente alla presentazione della fattura per le prestazioni rese».
Le critiche alla norma: non prevede soglie minime, per cui anche in presenza di irregolarità di modesto importo scatterebbe, ingiustificatamente, il blocco dei pagamenti dovuti. «Introduce una palese disparità di trattamento tra i liberi professionisti e gli altri creditori delle amministrazioni pubbliche, come, ad esempio, i dipendenti pubblici». Richiede la documentazione di dati già in possesso della pubblica amministrazione. Ci sono già norme che penalizzano chi presenta irregolarità, ad esempio in materia di partecipazione agli appalti pubblici. In conclusione, la richiesta è di eliminare questa stretta dal testo della manovra.
Tassazione cedole soci di minoranza
Per quanto riguarda la tassazione dei dividendi, la manovra in pratica limita l’attuale regime di esclusione prevedendo la tassazione per i soci di minoranza, ovvero con una quota pari al massimo al 10% del capitale. Il regime di esclusione, sottolineano i Commercialisti, è uno strumento di contrasto ai fenomeni di doppia imposizione economica dei dividendi provenienti da società o enti i cui utili sono stati già assoggettati a IRES. E si pone «in contrasto con i principi che ispirano il rapporto tra la fiscalità delle società di capitali e quella dei soci, introdotti dal 2004 per effetto del decreto legislativo 344/2003, con l’obiettivo di armonizzare il nostro sistema fiscale con quelli in essere in altri Paesi membri dell’Unione europea, eliminando lo svantaggio competitivo delle imprese residenti e il ricorso alla localizzazione delle holding in Paesi che già adottavano il regime della c.d. esclusione».
La proposta è di eliminare quindi la modifica al Testo unico imposte su redditi oppure, in subordine, «di ridurre sensibilmente la soglia al di sotto della quale scatta la tassazione integrale dei dividendi percepiti dai soci e, comunque, di escludere dal nuovo regime le partecipazioni in società negoziate in mercati regolamentati».
Anche qui c’è una considerazione che riguarda la decorrenza della misura. La formulazione comporta l’applicazione a partire dai dividendi deliberati a decorrere dal primo gennaio 2026. Al fine di evitare la corsa delle società partecipate ad approvare delibere entro fine anno, i commercialisti «suggeriscono di far decorrere le nuove disposizioni in relazione agli utili realizzati dall’esercizio in corso al 31 dicembre 2025».