Draghi striglia l’Europa su mercato unico, eurobond e politica industriale

di Barbara Weisz

21 Febbraio 2025 10:58

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La situazione geopolitica cambia velocemente, bisogna accelerare sulle politiche industriali e sulle tecnologie, urgono mercato dei capitali ed eurobond.

Mentre la Commissione Europea non è ancora andata al di là delle intenzioni nell’attuare le misure suggerite da Mario Draghi nel Rapporto sulla Competitività UE presentato lo scorso settembre, l’ex governatore della Banca Centrale Europea avverte: in questi mesi la sfida è diventata più complessa. I dazi di Trump rappresentano un cambio di scenario.

«Quando è stato scritto il rapporto, il tema geopolitico principale era l’ascesa della Cina. Ora, l’UE dovrà affrontare tariffe da parte della nuova amministrazione statunitense nei prossimi mesi, ostacolando l’accesso al nostro più grande mercato di esportazione» ha spiegato Draghi nei giorni scorsi, rivolgendosi al Parlamento europeo.

L’impatto dei dazi americani sulle imprese europee

I dazi non impattano solo sui prodotti direttamente interessati, spiega Draghi, ma rischiano di penalizzare le imprese anche in Europa. Perché «le tariffe statunitensi più elevate sulla Cina reindirizzeranno la sovraccapacità cinese in Europa, colpendo ulteriormente le aziende europee. In effetti, le grandi aziende dell’UE sono più preoccupate per questo effetto che per la perdita di accesso al mercato statunitense».

Una risposta possibile potrebbe essere rappresentata dall’espansione della capacità produttiva delle imprese continentali Oltreoceano, con il vantaggio di avere «tasse più basse, energia più economica e deregolamentazione».

I caro prezzi dell’energia

I prezzi dell’energia sono uno dei fattori frenanti della competitività UE, «sono generalmente aumentati in tutti i paesi e sono ancora 2-3 volte più alti di quelli negli Stati Uniti».

Il rapporto, ricorda Draghi, «identifica una serie di ragioni per gli alti prezzi dell’energia in Europa, oltre al fatto che l’UE non è un importante produttore di gas naturale: il coordinamento limitato dell’approvvigionamento di gas naturale, il funzionamento del mercato energetico, i ritardi nell’installazione di capacità rinnovabili, reti sottosviluppate, elevata tassazione e margini finanziari. Questi e altri fattori sono tutti di nostra creazione e pertanto possono essere cambiati se abbiamo la volontà di farlo».

Le soluzioni proposte vanno dalla riforma del mercato energetico, alle politiche di acquisto dell’energia agli investimenti in reti e interconnessioni. «Inoltre, chiede non solo un’installazione più rapida delle energie rinnovabili, ma anche investimenti nella generazione di base pulita e soluzioni di flessibilità a cui possiamo attingere quando le energie rinnovabili non generano energia».

La politica industriale e le tecnologie

Il punto fondamentale resta comunque la necessità di una politica industriale che sostenga la manifattura europea, in primo luogo mantenendo in Europa settori strategici come i prodotti chimici e l’acciaio. Qui, sottolineiamo che proprio su acciaio e alluminio ci sono i prismi dazi “esecutivi” di Trump, pari al 25% e in vigore dal prossimo 12 marzo.

In secondo luogo, bisogna risolvere il problema della scarsa efficienza dell‘innovazione in Europa, sbilanciata verso settore definiti mid-tech, come l’automotive e il macchinari. Sul primo fronte, viene riproposta la critica alle norme sullo stop al motore endotermico non acocpagnate da adeguate politiche di sviluppo delle infrastrutture per le auto elettriche. Più in genere, l’indicazione è che non bisogna necessariamente fare una scelta netta fra il sostegno alla manifattura tradizionale e lo spostamento dei capitali su settori nuovi, come quello tecnologico.

«Se realizziamo le riforme per rendere l’Europa più innovativa, allenteremo molti dei compromessi tra questi obiettivi. Ad esempio, se sfruttiamo le economie di scala del nostro mercato Ue e integriamo il nostro mercato energetico, abbasseremo i costi di produzione ovunque. Quindi saremo in una posizione migliore per gestire le potenziali ricadute, ad esempio, della fornitura di energia a basso costo alle industrie ad alta intensità energetica. Se offriamo un tasso di rendimento più competitivo in Europa e mercati dei capitali più efficienti, i nostri risparmi rimarranno naturalmente a casa. Quindi avremo una riserva più ampia di capitale privato per finanziare sia le nuove tecnologie sia le industrie consolidate che mantengono un vantaggio competitivo».

L’accelerazione sulle tecnologie non è quindi in contraddizione con l’ulteriore sviluppo dei settori più tradizionali, e deve rappresentare una priorità. Sull’intelligenza artificiale, «la maggior parte dei progressi sta ancora avvenendo al di fuori dell’Europa. Otto degli attuali primi dieci grandi modelli linguistici sono stati sviluppati negli Stati Uniti, mentre gli altri due provengono dalla Cina. Ogni giorno che ritardiamo, la frontiera della tecnologia si allontana da noi, ma i costi in calo sono anche un’opportunità per noi di recuperare più velocemente», prosegue l’ex premier italiano.

Gli eurobond

A livello di politiche economiche, c’è un forte richiamo alla necessità di fare debito comune. Che «deve essere, per definizione, sovrannazionale, perché alcuni Paesi dispongono di spazio fiscale, ma non sufficiente nemmeno per i propri obiettivi, mentre altri Paesi non hanno alcuno spazio fiscale». E deve tenere conto del fatto che la stima contenuta nel rapporto, in base alla quale sono necessari 750-800 miliardi di euro di investimenti necessari, è prudente. «In realtà, potrebbe essere ancora più alta se consideriamo che non include investimenti per la mitigazione del cambiamento climatico e altri obiettivi importanti. Ma questa cifra è stata stimata sulla base della situazione attuale e, in questo caso, è necessario emettere titoli di debito».

La politica economica europea

L’Europa deve cambiare impostazione di fondo nel progettare il proprio futuro. «Non si può dire no al debito pubblico, no al Mercato unico, no alla creazione dell’Unione del mercato dei capitali. Non possiamo dire di no a tutto, altrimenti bisogna essere coerenti, e ammettere di non essere in grado di mantenere i valori fondamentali per cui questa Unione europea è stata creata». Al contrario, «è sempre più chiaro che dobbiamo agire sempre di più come se fossimo un unico stato. La complessità della risposta politica che coinvolge ricerca, industria, commercio e finanza richiederà un livello di coordinamento senza precedenti tra tutti gli attori: governi e parlamenti nazionali, Commissione e Parlamento europeo».

Non solo: «la risposta deve essere rapida, perché il tempo non è dalla nostra parte, con l’economia europea che ristagna mentre gran parte del mondo cresce. Deve essere commisurata all’entità delle sfide. E deve essere focalizzata sui settori che guideranno l’ulteriore crescita. Velocità, scala e intensità saranno essenziali».