La chiusura domenicale dei negozi non c’entra coi diritti dei lavoratori

di Simone Cosimi

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I negozi chiusi domenica e festivi favoriscono i piccoli commercianti e i colossi dell'e-commerce estero, senza tutelare il mercato italiano né migliorare le condizioni di lavoro dei dipendenti.

Il punto sulla proposta di chiusura domenicale dei negozi – tutti, non solo i centri commerciali – racconta molto della propensione di Luigi Di Maio a sciogliere temi complessi in modi elementari.

Ma racconta anche la concezione anacronisticamente paternalista del Paese che sfoggia la maggioranza pentastellata. Che intende dirci cosa fare la domenica invece che un po’ di spesa e shopping (tanto troveremmo aperto solo il 25% dei negozi, e a turno: se quello che serve è chiuso non resterebbe che ritentare la domenica seguente).

Scherzi e provocazioni a parte, la proposta di imporre la chiusura domenicale e festiva ai negozi avanzata dal superministro Di Maio, che è tornato sul punto anche nella giornata di oggi, ha senso solo se inquadrata nell’ottica di strizzare l’occhio ai piccoli commercianti. Quelli che, è vero, hanno vissuto un’autentica strage con quasi 60mila esercizi chiusi fra 2008 e 2017, e che negli ultimi grandi meeting di settore estivi hanno riservato ai vertici governativi una calda accoglienza.

Insomma, quella che viene spacciata come difesa dei lavoratori – sul solco di simili provvedimenti come il confronto con le piattaforme per i fattorini del cibo o il decreto dignità – è in realtà la voglia di provare a fare vera politica.

Ma è anche l’ennesima prova dell’incapacità di considerare la complessità che si nasconde dietro i fenomeni, sfornando scelte nette che evidentemente accontenteranno qualcuno e scontenteranno altri. Ma con un furbo maquillage da “contenti tutti”. E invece no.

La pressione politica è insomma insopportabile: si configura l’idea di uno Stato paternalista che pretende di decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato per i cittadini.

Che individua nella domenica il giorno del riposo – ma il problema non è quando certe categorie riposino ma il compenso che percepiscono, le condizioni di lavoro e la libertà dell’impiego festivo – dimenticando oltre tutto una grande quantità di categorie che, per davvero, di domenica a casa non ne fanno neanche una.

Senza contare i cortocircuiti che uscirebbero col shopping online, libero in quel giorno di raccogliere gli ordini e, con le risorse di cui dispone, evaderli in tempi record dal giorno successivo, cioè dal lunedì. Eppure, concedendoci una piccola deviazione sull’e-commerce, potrebbero spuntare ricadute più gravi del previsto proprio sul commercio elettronico elettronico, che negli ultimi anni è finalmente iniziato a crescere:

Se il consumatore italiano non potrà acquistare nei canali fisici ciò di cui ha bisogno, lo cercherà online e se online le condizioni offerte dai player italiani non saranno allineate a quelle dei portali internazionali, la sua scelta ricadrà su questi ultimi.

Lo ha spiegato Roberto Liscia, presidente di Netcomm, il Consorzio del commercio digitale italiano.

Viceversa, i consumatori stranieri interessati a comprare prodotti italiani, dovranno scontrarsi con un livello di servizio non allineato agli standard internazionali. In definitiva, le aziende italiane subirebbero un danno sia a livello di distribuzione nazionale che di export.

Come se non bastasse, l’idea che i centri commerciali aperti di domenica stiano distruggendo le famiglie italiane è abbastanza “impressionistica”, per così dire. Viene cioè dalle valutazioni del tutto personali di Di Maio e del suo staff: un’indagine individuata da Italia dati alla mano dimostra per esempio come, secondo una ricerca, gli italiani siano fra coloro che lavorano meno di frequente la domenica.

Nel 2016 risultano aver lavorato almeno una volta di domenica poco meno del 25% dei dipendenti, un valore che ci piazza solo di poco sopra la Germania e sotto a quello di altri 24 paesi analizzati. Per capirci la media europea è del 30%, superata di poco dalla Spagna, con punte di oltre il 45% in Svezia.

Dunque no, la spesa al centro commerciale non mette a rischio la famiglia. Semmai, lo ripetiamo, le condizioni di lavoro, il far west contrattuale, l’idea che spesso si sia obbligati a rendersi disponibili per le pretese di gestori e proprietari o per la pochezza del compenso, quelli sì che sono elementi che mettono a rischio la famiglia. E sui quali sarebbe stato il caso di muovere dall’inizio.

Ma la posizione di Di Maio parla per sua stessa ammissione ai piccoli commercianti (e proprietari) e non tanto ai commessi delle grandi catene o dei grandi brand. Cerca di vendere per ecumenica e universale una scelta che profuma di corporativismo di quartiere.