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Jobs Act: i dubbi sulla riforma dell’apprendistato

di Noemi Ricci

Pubblicato 14 Aprile 2014
Aggiornato 10 Febbraio 2023 17:00

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Formazione professionalizzante esclusivamente aziendale, è la modifica chiesta dall'Ancl-Su al Governo in merito alla riforma dell'apprendistato contenuta nel Jobs Act: le motivazioni.

Apprendistato

Il Jobs Act del governo Renzi (dl 30/2014) in via di conversione prevede tra le altre misure anche la riforma dell’apprendistato, sulla quale si è espresso l’Ancl-Su, il sindacato unitario dei consulenti del lavoro, per chiedere ulteriori modifiche:

«la formazione deve essere solo professionalizzante e interna all’azienda. Quella trasversale va fatta a scuola».

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Formazione in azienda

La riforma dell’apprendistato contenuta nel Jobs Act, sottolinea il sindacato, contiene diverse ambiguità nella formulazione degli obblighi formativi, in più

«la semplificazione del rapporto di apprendistato deve passare attraverso la valorizzazione della formazione esclusivamente aziendale, pur sottoposta ai debiti controlli», afferma Francesco Longobardi, presidente nazionale del sindacato unitario dei consulenti del lavoro.

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Revisione dell’istruzione

Ad essere contestata è la parte del testo del decreto dove si prevede che la formazione di tipo professionalizzante e di mestiere “può essere integrata” (e non più “è integrata”) dall’offerta formativa pubblica disciplinata dalle Regioni. Per l’Ancl questo vuol dire dare vita ad una formazione disomogenea a seconda del territorio e del settore di appartenenza. Il sindacato suggerisce invece di togliere la formazione di competenza pubblica perché, come spiega Longobardi:

«continuare a credere che l’apprendista ed il datore di lavoro siano ben disposti a usufruire della formazione pubblica di base e trasversale, significa continuare falsamente a credere che i due attori del rapporto di lavoro sono favorevoli a sacrificare ore, giorni e settimane di lavoro ed apprendimento on the job per il recupero del deficit scolastico che la pubblica istruzione non è riuscita a colmare». Al contrario sarebbe necessaria «una revisione dell’istruzione che colmi il pietoso divario nella transizione scuola-lavoro».

Bisogna fare in modo di evitare che al termine del ciclo superiore o universitario i giovani non abbiano alcuna idea di come funziona il mercato del lavoro, delle tipologie dei contratti, del sistema del collocamento e dei servizi per l’impiego andando così a caricare «sul datore di lavoro gli oneri formativi e di apprendimento che nulla hanno a che fare con l’acquisizione di competenze e di professionalità specifica», aggiunge Longobardi.